— Che intendete dire?
— Intendo dire, Morrel, che voi volete lasciare la vita, perchè non conoscete tutti i piaceri che la vita concede ai possessori di grandi ricchezze. Massimiliano, io posseggo quasi cento milioni, io ve li dono; con una simile fortuna voi potrete ottenere qualunque risultato vi proporrete. Siete ambizioso? tutte le carriere vi saranno aperte. Mettete sotto sopra il mondo, cambiatene la faccia, abbandonatevi ad opere insensate, ma vivete.
— Conte, io ho la vostra parola, rispose freddamente Morrel; e, aggiunse egli cavando l’orologio, sono le undici e tre quarti. — Morrel! ci pensate voi, sotto i miei occhi, nella mia casa?...
— Allora, lasciatemi partire, disse Massimiliano divenuto tetro, oppure io crederò che voi non mi amate per me, ma per voi! — E si alzò.
— Sta bene, disse Monte-Cristo, il cui viso si rischiarò a queste parole; voi lo volete, Morrel, voi siete inflessibile; sì, siete profondamente infelice, e lo avete detto, un miracolo soltanto potrebbe guarirvi; sedete adunque, Morrel, e aspettate. — Morrel obbedì; Monte-Cristo si alzò a sua volta ed andò a frugare in un armadio chiuso diligentemente, di cui portava la chiave sospesa ad una catenella d’oro; prese un piccolo bauletto d’argento, maravigliosamente scolpito e cesellato. Posò il bauletto sulla tavola: indi aprendolo ne cavò una scatola d’oro il cui coperchio si alzava premendo una molla. Questa scatola conteneva una sostanza untuosa, quasi solida, di cui il colore era indefinibile, mercè il riflesso dell’oro forbito, dei zaffiri, dei rubini, e degli smeraldi che contornavano la scatola. Era un miscuglio di azzurro, di porpora e d’oro. Il conte prese una piccola quantità di questa sostanza con un cucchiaio d’argento dorato, e l’offrì a Morrel, fissando su lui un lungo sguardo. Allora si potè vedere che questa sostanza era verdastra. — Ecco ciò che voi mi avete domandato, diss’egli. Ecco ciò che io vi ho promesso.
— Vivo ancora, disse il giovine, prendendo il cucchiaio dalle mani di Monte-Cristo, vi ringrazio dal fondo del mio cuore. — Il conte prese un altro cucchiaio, e lo immerse una seconda volta nella scatola d’oro: — Che fate voi, amico? domandò Morrel, fermandogli la mano.
— In fede mia, Morrel, credo di esser stanco quanto voi della vita, e poichè si presenta l’occasione....
— Fermate! gridò il giovine, voi che amate, voi che siete amato, oh! non fate ciò che faccio io; per parte vostra sarebbe un delitto. Addio, mio nobile e generoso amico, addio, io vado a dire a Valentina tutto ciò che voi avete fatto per me. — E lentamente, senz’altra esitazione che una lunga stretta colla mano sinistra, che stendeva al conte, Morrel inghiottì, o piuttosto assaporò la misteriosa sostanza offerta da Monte-Cristo. Allora entrambi si tacquero. Alì, silenzioso ed attento portò il tabacco e le pipe, servì il caffè e disparve. Poco a poco le lampade impallidirono nelle mani delle statue di marmo che le sostenevano, e i profumi dei vasi sembrarono meno penetranti a Morrel. Assiso a lui di faccia, Monte-Cristo lo guardava dal fondo dell’ombra, e Morrel non vedeva brillare che gli occhi del conte. Un immenso dolore s’impadronì del giovine: sentì la pipa sfuggirgli di mano; gli oggetti perdevano la loro forma e il loro colore; i suoi occhi turbati vedevano aprirsi come porte e tende nei muri: — Amico, diss’egli, io sento che muoio; grazie! — Fece uno sforzo per stendergli un’ultima volta la mano, ma la mano ricadde senza forze vicino a lui. Allora gli sembrò che Monte-Cristo sorridesse, non più del suo strano e spaventoso sorriso che molte volte gli aveva fatto intravvedere i misteri di quest’anima profonda, ma colla benevolenza compassionevole che i padri hanno pei loro figli irragionevoli. Nello stesso tempo il conte ingrandiva ai suoi occhi; la sua persona, quasi raddoppiata si disegnava sulle tendine rosse, egli aveva i capelli neri gettati in addietro, e compariva in piedi e fiero. Morrel abbattuto e vinto, si rovesciò sul divano; un torpore voluttuoso s’insinuò nelle sue vene. Un cambiamento d’idee mobilizzò la sua fronte, come una nuova disposizione di disegni muove il caleidoscopio. Steso, snervato, anelante, Morrel non sentì più niente della vita in lui, se non questo sogno: gli sembrava di entrare a gonfie vele in quel vago delirio che precede quell’antro sconosciuto, che si chiama morte. Tentò anche una volta di stendere la mano al conte, ma questa volta la sua mano non si mosse nemmeno; volle articolare un ultimo addio, la sua lingua gli cadde pesantemente in gola, come una pietra che chiudesse un sepolcro. I suoi occhi carichi di languore si chiusero suo malgrado; però dietro alle sue palpebre si agitava un’immagine ch’egli riconobbe ad onta della oscurità da cui si credeva avviluppato.
Era il conte che aveva aperta una porta. Tosto un’immensa chiarezza irradiò dalla camera vicina, o piuttosto da un palazzo meraviglioso, venne inondata di luce la sala ove Morrel si lasciava in braccio alla sua dolce agonia. Allora egli vide venire sulla soglia di questa sala e sul limitare di queste due camere una donna di meravigliosa bellezza. Pallida, e dolcemente sorridente, ella sembrava l’angiolo della misericordia. — È forse il cielo che già si apre per me? pensò il moribondo; quest’angiolo rassomiglia a quello che ho perduto. — Monte-Cristo mostrò col dito alla giovanetta il sofà su cui riposava Morrel. Ella si avanzò verso di lui con le mani giunte e il sorriso sulle labbra. — Valentina! Valentina! — gridò Morrel nel fondo dell’anima sua. Ma la bocca non proferì alcun suono; e, come se tutte le sue forze fossero unite in questa emozione interna, mandò un sospiro, e chiuse gli occhi. Valentina si precipitò verso di lui. Le labbra di Morrel fecero ancor un movimento.
— Egli vi chiama, disse il conte, egli vi chiama dal fondo del suo sonno; colui al quale voi avete confidato il vostro destino, dal quale la morte ha voluto separarvi! ma io era là per fortuna, ed ho vinta la morte! Valentina, d’ora in avanti non dovete separarvi più sulla terra! poichè per ritrovarvi, egli si precipitava nella tomba. Senza di me, sareste morti entrambi! possa Iddio tenermi a calcolo queste due esistenze che ho salvate! — Valentina afferrò la mano di Monte-Cristo, ed in uno slancio di gioia irresistibile, la portò alle sue labbra. — Oh! ringraziatemi bene, disse il conte, oh! riditemi, senza stancarvi di ridirlo, riditemi che io vi ho resa felice! non sapete quanto io abbia bisogno di questa certezza.