XIX. — IL TERZO ACCESSO.

Ora che questo tesoro, stato per sì lungo tempo lo scopo delle meditazioni di Faria, poteva assicurare la felicità di colui che egli veramente amava come suo figlio, questo tesoro aveva raddoppiato di valore a’ suoi occhi: tutti i giorni si divertiva nel farne le quote, spiegando a Dantès tutto ciò che poteva fare di bene ai suoi amici quell’uomo che ai nostri giorni possedesse una fortuna di 13 a 14 milioni; e allora il viso di Dantès si faceva tetro, perchè il giuramento di vendetta che aveva fatto si presentava al suo pensiero, e rifletteva quanto male poteva fare a’ suoi nemici un uomo che ai nostri giorni possedeva 13 a 14 milioni.

Faria non conosceva l’isola di Monte-Cristo, ma Dantès la conosceva, vi era spesse volte passato davanti ed una volta vi avea preso ancora terra. Quest’isola era, è stata sempre, ed è ancora compiutamente deserta; è una roccia di forma quasi conica che sembra essere stata sospinta da qualche cataclismo vulcanico dal fondo dell’abisso alla superficie del mare[1].

Dantès faceva il piano dell’Isola a Faria, e questo davagli dei consigli sui modi da impiegarsi per ritrovare il tesoro.

Ma Dantès era ben lungi dall’essere così entusiasta e così confidente quanto lo era il vecchio; era al certo ben sicuro che Faria non era pazzo ed il modo con cui era giunto alla scoperta che aveva fatto credere alla sua follia, raddoppiava ancora la sua ammirazione per lui; ma non poteva egualmente credere che questo deposito, supposto che un giorno vi fosse stato, vi fosse tuttavia, e quando non guardava questo tesoro come una chimera, lo guardava come molto lontano. Frattanto, come se il destino avesse voluto togliere ai prigionieri l’ultima speranza, e far loro credere che erano condannati ad un perpetuo carcere, una nuova disgrazia venne a colpirli. La galleria che dava sul mare, minacciando ruina da lungo tempo, era stata ricostruita; furono sostituiti ai pianciti e ai travi degli enormi dadi di roccia sul foro di già per metà interrato da Dantès; senza questa cautela, che fu suggerita dal vecchio al giovine, il loro infortunio sarebbe stato ancora maggiore, perchè si sarebbe scoperto il tentativo di evasione e sarebbero stati indubitatamente divisi.

Una nuova porta più forte e più inesorabile delle altre si era chiusa ancora una volta sur essi.

— Voi vedete bene, diceva Dantès, con una dolce tristezza a Faria, che Dio vuol togliermi fino il merito di ciò che chiamate mia devozione per voi: vi ho promesso di restare eternamente con voi, ed ora non son più libero di non poter mantener la mia parola; non avrò più il tesoro e non usciremo di qui nè l’uno nè l’altro. Del resto il mio vero tesoro siete voi, amico mio, quello che mi attendeva sotto le tetre volte di questa prigione siete voi, è la vostra presenza, il nostro convivere cinque o sei ore del giorno insieme ad onta della vigilanza dei nostri carcerieri. Sono questi raggi d’intelligenza che voi avete versato nel mio intelletto, queste lingue che voi avete trapiantate nella mia memoria, ove vegetano con tutte le loro ramificazioni filologiche. Queste scienze diverse che voi mi avete rese sì facili colla profondità della conoscenza che me ne avete data, e colla chiarezza dei principi a cui le riduceste. Ecco il mio tesoro, amico; ecco in che modo mi avete fatto ricco e felice. Credetemi e consolatevi; ciò per me val molto più delle verghe d’oro e delle casse di diamanti, quand’anche non fossero così problematiche, come le nubi che si vedono la mattina fluttuare sul mare, che si prendono per terra ferma e che svaporano, svaniscono a seconda che uno si avvicina. Vedervi vicino a me per il più lungo tempo possibile, ascoltare la vostra voce eloquente, ornare il mio spirito, rattemprare l’anima mia, rendere tutta la mia organizzazione capace di grandi e terribili cose, se mai un giorno sarò libero, riempirle così bene che la disperazione alla quale ero sul punto di abbandonarmi, quando vi conobbi, non vi ritrovi più posto; ecco tutta la mia fortuna: questa non è chimerica, io la debbo a voi, e tutti i sovrani della terra, fossero essi ancora tanti Cesare Borgia, non riuscirebbero a togliermela.

Così i giorni che scorsero in seguito, se non furono giorni felici pei due prigionieri, passarono però molto prestamente. Faria che aveva custodito il segreto del suo tesoro per sì lungo tempo, ora ne parlava ad ogni occasione. Come lo aveva preveduto, egli restò paralizzato dal lato destro ed egli stesso aveva perduto ogni speranza di potersene servire; ma pensava sempre pel suo compagno ad una liberazione o ad una evasione, e ne godeva per lui. Per timore che la lettera potesse un giorno perdersi o cancellarsi aveva obbligato Dantès ad impararla a memoria, di tal che questi la sapeva dalla prima all’ultima parola; allora distrusse la seconda parte, certo che poteva essere ritrovata la prima parte, senza che ne fosse indovinato il vero senso. Qualche volta passava delle ore intere nel dare delle istruzioni a Dantès, istruzioni che dovevano servirgli nei giorni della sua libertà. Una volta libero, dal giorno, dall’ora, dal momento in cui sarebbe stato libero, allora egli non doveva più avere che un solo ed unico pensiero, quello di guadagnare Monte-Cristo in qualunque siasi modo, restarvi solo con un pretesto che non desse sospetto; ed una volta là, una volta solo, cercare di ritrovare le grotte maravigliose e scavare nell’interno della seconda grotta.

Aspettando in tal modo, le ore passavano, se non rapide almeno sopportabili: Faria, come dicemmo, senza avere ricuperato l’uso della mano e del piede, aveva ricuperata tutta la chiarezza della sua intelligenza e aveva insegnato al suo giovine compagno un poco alla volta oltre le cognizioni morali, di cui si disse in particolare, quell’arte paziente e sublime del prigioniero che dal niente sa trarre qualche cosa. Faria pel timore di vedersi invecchiare, Dantès pel timore di ricordarsi il suo passato quasi estinto, e che non presente più nel fondo della sua memoria lontana, che come perduto nella notte; tutto camminava come in quelle esistenze ove l’infelicità non ha nulla scomposto, e che passano macchinalmente e con calma sotto l’occhio della Provvidenza. Ma sotto questa calma superficiale esistevano nel cuore del giovine, e fors’anche del vecchio, molti slanci trattenuti, molti sospiri soffocati, che Faria faceva quando era solo, Edmondo quando rientrava nel suo carcere.

Una notte Edmondo si risvegliò come scosso, credendo di essere stato chiamato; aprì gli occhi e tentò di squarciare la spessezza dell’oscurità. Il suo nome, o piuttosto una voce di lamento che tentava di articolare il suo nome, giunse fino a lui. Si alzò sul letto, il sudore dell’angoscia gli bagnava la fronte, ed ascoltò. Non v’era più alcun dubbio: il lamento veniva dal carcere del suo compagno.