— Gli sarebbe stato impossibile di scrivere; ma ciò mi ricorda che io avrei un congedo di qualche giorno a domandarvi.

— Per prender moglie?

— Per primo... poi per andare a Parigi.

— Bene! bene! voi prenderete il tempo che vorrete, Dantès. Non si occuperanno meno di sei settimane per iscaricare il bastimento, e non rimetteremo in mare prima di tre mesi. Sarà però d’uopo che vi troviate qui fra tre mesi. Il Faraone, continuò l’armatore battendo sulla spalla del giovine marinaio, non potrebbe mettere alla vela senza il suo Capitano.

— Senza il suo Capitano! esclamò Dantès cogli occhi sfavillanti di gioia. Ponete ben mente a ciò che mi dite, poichè voi vi fate mallevadore delle più segrete speranze del mio cuore; avreste voi intenzione di nominarmi Capitano del Faraone?

— Se io fossi solo, vi stenderei la mano, mio caro Dantès, e vi direi: è fatto, ma io ho un socio, e voi sapete l’antico proverbio Italiano: che ha un padrone chi ha un compagno; la metà della faccenda però è fatta, per lo meno, poichè sopra due voti, voi ne avete di già uno. Fidatevi di me per aver l’altro, ed io farò quanto potrò di meglio.

— Oh! Sig. Morrel, esclamò il giovine marinaio stringendo colle lagrime agli occhi le mani dell’armatore; vi ringrazio in nome di mio padre e di Mercedès.

— Va bene! va bene, Edmondo, vi ha un Dio in cielo per la brava gente; andate a vedere vostro padre e Mercedès; poi ritornate da me.

— Non volete voi che vi riconduca a terra?

— No, grazie, rimango a regolare i miei conti con Danglars. Siete voi rimasto contento di lui durante il viaggio?