— Secondo il senso che voi date a questa interrogazione; se si tratta come buon camerata, no, perchè io credo ch’egli non m’ami: dal giorno in cui ebbi la debolezza, in conseguenza di una contesa che avemmo assieme, di proporgli che ci fermassimo dieci minuti all’Isola di Monte-Cristo per terminarla, proposizione che io ebbi torto di fargli e che egli ebbe ragione di rifiutare; se poi è come scrivano che mi fate questa domanda, credo che non vi sia nulla a dire, e sarete contento del modo con cui ha fatto il suo dovere.
— Ma, domandò l’armatore, se voi foste Capitano del Faraone, conservereste Danglars con piacere?
— Capitano, o secondo, rispose Dantès, avrò sempre i più grandi riguardi per coloro che possederanno la confidenza dei miei armatori.
— Andiamo, andiamo, Dantès, vedo bene che siete un bravo giovinotto su tutti i riguardi. Non voglio più a lungo trattenervi; andate, poichè siete sulle spine.
— A rivederci, sig. Morrel, e mille ringraziamenti.
Il giovine marinaio balzò nella lancia, andò a sedersi a poppa e ordinò di approdare alla Cannebière. Due marinai si piegarono tosto sui loro remi e la barca fuggì con quella rapidità che è possibile in mezzo alle mille barche, le quali ingombrano quella specie di angusta strada che conduce fra due file di navigli, dall’entrata del porto allo scalo d’Orléans. L’armatore sorridendo lo seguì cogli occhi fino alla spiaggia, lo vide saltare sui gradini dello scalo e perdersi tosto in mezzo alla folla variopinta, che dalle cinque del mattino alle nove della sera ingombra questa famosa strada della Cannebière, i cui Phocéens moderni sono tanto orgogliosi, che dicono con la più gran serietà del mondo e con quell’accento che imprime tanto carattere a ciò che dicono «Se Parigi avesse la Cannebière, sarebbe una piccola Marsiglia.» Rivolgendosi, l’armatore vide Danglars, che in apparenza sembrava attendere i suoi ordini, ma che in fatto seguiva come lui il giovine marinaio collo sguardo. V’era però grandissima diversità nella espressione di questo doppio sguardo diretto sul medesimo individuo.
II. — IL PADRE ED IL FIGLIO.
Lasciamo Danglars, alle prese col genio dell’odio, cercare di gettare contro il suo camerata qualche maligna supposizione all’orecchio dell’armatore, e seguiamo Dantès, che dopo aver percorsa la Cannebière in tutta la sua lunghezza, prende la contrada Nouaille, entra in una piccola casa sita alla sinistra dei viali di Meillan, sale i quattro piani di una scala oscura e attenendosi con una mano al mantegno, comprime coll’altra i battiti del cuore, e si arresta davanti una porta socchiusa, che lascia vedere fino al fondo una piccola camera: in essa stava il padre di Dantès. La notizia dell’arrivo del Faraone non era ancor giunta al vecchio che salito sur una cassa, era occupato a piantare delle cannucce sopra cui adattava con mano tremante alcuni nasturzi misti a clematidi che si arrampicavano lungo la pergola della finestra. Ad un tratto si sentì circondare il corpo da due braccia, ed una voce ben conosciuta gridare dietro a sè: — Mio padre! mio buon padre. Il vecchio gettò un grido e si volse; poi vedendo suo figlio, si lasciò cadere tra le braccia di lui tremante e pallido.
— Che avete dunque o padre? sareste voi ammalato?
— No, mio caro Edmondo, mio figlio, mio caro figlio, no: ma io non ti aspettava, e la gioia, la sorpresa di rivederti così all’improvviso... Dio, Dio... mi sembra di morire...