— Coraggio! rimettetevi, o padre. Sono io, io stesso. Si dice sempre che la gioia non nuoce; ed è perciò che sono entrato così senza farvi preparare; guardatemi, sorridetemi in vece di osservarmi con occhi spaventati. Io ritorno e noi saremo felici.
— Ah! tanto meglio, o figlio, riprese il vecchio. Ma in qual modo possiamo noi essere felici? tu adunque non mi abbandoni più? Vediamo, raccontami le tue fortune.
— Che il signore mi perdoni, disse il giovinotto, di allegrarmi di una fortuna che faccio col lutto di una famiglia: ma il cielo m’è testimone che io non l’ho desiderato! Essa mi giunge, ed io non ho forza di affliggermene. Il bravo Capitano Leclerc è morto, ed è probabile che colla protezione del Sig. Morrel, io vada al suo posto... Capitano a venti anni! con cento luigi di stipendio ed una parte nello interesse! non è ciò più di quel che poteva sperare un povero marinaio come sono io!
— Sì, figlio mio, sì, infatto questa è una felicità.
— E perciò io voglio che col primo denaro che avrò voi abbiate una casetta con un giardino per piantare le vostre clematidi, i nasturzi ed il caprifoglio. Ma che avete padre? si direbbe che state male!
— Pazienza, pazienza, non sarà nulla.
E le forze mancando al vecchio, cadde rovescioni in addietro.
— Via, via, disse il giovinotto, un bicchiere di vino, vi rianimerà. Dove conservate il vino?
— No grazie, non lo cercare, io non ne ho bisogno, disse il vecchio cercando di trattenere il figlio.
— Lasciate fare, lasciate fare, o padre, indicatemi il luogo.