Una mezz’ora, un’ora, un’ora e mezzo passarono.
Durante quest’ora e mezzo d’angoscia Edmondo curvato sul suo amico, con la mano applicata sul cuore sentì successivamente questo corpo raffreddarsi, e questo cuore spegnere il suo battito sempre più sordo e profondo. Finalmente nulla sopraggiunse, l’ultimo fremito del cuore cessò, la faccia divenne livida, gli occhi rimasero aperti; ma lo sguardo si fece vitreo.
Erano le sei del mattino, il giorno cominciava a sorgere, il suo raggio malinconico entrava nel carcere e faceva impallidire la luce della lampada vicina a spegnersi. Riflessi strani di luce passavano sul viso del cadavere dandogli di tempo in tempo delle apparenze di vita. Fino a che durò questa lotta tra il giorno e la notte, Dantès potè ancora dubitare, ma da che il giorno la vinse, fu fatto certo che era in compagnia di un cadavere. Allora un terrore profondo ed invincibile s’impadronì di lui; egli non osò più stringere quella mano che pendeva fuori del letto, non osò più fissare gli occhi su quelli immobili e bianchi, che tentò inutilmente più volte di chiudere, e che sempre si riaprivano: spense la lampada, la nascose con ogni cura, fuggì rimettendo alla meglio la pietra al disopra della testa: n’era già tempo, chè il carceriere poteva star poco a venire. Questa volta il carceriere cominciò la visita da Dantès; uscendo da questo carcere, passava in quello di Faria al quale portava la colazione e la biancheria. Nulla faceva conoscere in quest’uomo che fosse al giorno dell’accidente accaduto. Egli uscì.
Dantès fu preso allora da un’indicibile impazienza di saper ciò che sarebbe accaduto nel carcere del suo disgraziato amico: rientrò dunque nel passaggio sotterraneo, e giunse in tempo per sentire le esclamazioni del carceriere che chiamava soccorso. Ben presto entrarono gli altri carcerieri, dipoi s’intese quel passo pesante e regolare, comune ai soldati anche quando sono fuori servizio. Dietro i soldati giunse il Governatore. Edmondo intese il rumore del letto sul quale veniva agitato il cadavere, e la voce del governatore che ordinava di gettargli dell’acqua sul viso, e che vedendo quest’aspersione non atta a far rivivere il prigioniero, mandava a chiamare il medico. Il governatore uscì, e giunsero fino alle orecchie di Dantès alcune parole di compassione miste alla risa ed alle facezie dei carcerieri.
— Andiamo, andiamo, diceva uno di questi, il pazzo è andato a raggiungere i suoi tesori; buon viaggio.
— Ei non avrà, con tutti i suoi milioni, di che pagare la coperta da morto, diceva l’altro. — Oh! rispondeva un terzo, le coperte dei morti del castello d’If non costano molto. Può essere che essendo una persona di distinzione nella scienza, gli vorranno usare qualche riguardo. — Allora avrà l’onore del sacco.
Edmondo ascoltava, non perdeva una parola, ma non capiva il significato dei loro detti. Ben presto le voci cessarono, e gli sembrò che i carcerieri lasciassero la camera.
Ciò nonostante non osò entrarvi, potevano avervi lasciato qualcheduno a guardia del morto. A capo di un’ora circa il silenzio si animò debolmente, quindi andò crescendo: era il governatore che ritornava seguito da un medico e da diversi ufficiali. Si rinnovò un momento di silenzio; era evidente che il medico si accostava al letto ed esaminava il cadavere. Ben presto il dialogo ricominciò: il medicò analizzò il male del quale era stato vittima il prigioniero; e dichiarò che egli era morto. Domande e risposte si facevano con una noncuranza che indignò Dantès. Gli sembrava che tutti avrebbero dovuto risentire pel povero Faria una parte dell’affetto che ei gli portava.
— Sono dispiacente di ciò che voi mi annunziate, disse il governatore rispondendo alla certezza manifestata dal medico, che il vecchio fosse in effetti morto; era un prigioniero docile, inoffensivo, ricreante colla sua follia e soprattutto facile a sorvegliarsi.
— Oh! riprese il carceriere, si sarebbe potuto far di meno di qualunque sorveglianza. Garantisco ch’egli avrebbe potuto restar qui cinquant’anni, senza provar di fare il più piccolo tentativo di evasione.