— Frattanto, riprese il governatore, non che io dubiti della vostra scienza, ma è necessario di assicurarci se il prigioniere sia in effetti morto. — Si formò un nuovo silenzio, e Dantès sempre in ascolto suppose che il medico esaminasse e palpasse una seconda volta il cadavere.
— Voi potete restare tranquillo, disse allora il medico: è morto, e me ne rendo io garante.
— Sapete, signore, riprese il governatore insistendo, che noi non ci contentiamo, in casi simili, di un semplice esame; perciò ad onta di tutte le apparenze vi prego di adempiere alle formalità prescritte dalla legge.
— Che si faccia arroventare un ferro, disse il medico, ma in verità, questa è una cautela inutile. — Quest’ordine fece fremere Dantès. S’intesero dei passi frettolosi, il cigolio della porta, l’andare e venire interno, e di lì a poco un carceriere rientrò dicendo: — Ecco il braciere con un ferro.
Si rinnovò il silenzio per un momento, poi s’intese il frizzio delle carni che bruciavano e di cui l’odore nauseabondo penetrò per fino dietro il nascondiglio di Dantès che lo sentì con orrore. A quest’odore di carne carbonizzata, il sudore scaturì dalla fronte del giovine che per un momento credette di svenire.
— Voi vedete, disse il medico, che egli è veramente morto; questa bruciatura al tallone è decisiva, il povero pazzo è guarito dalla follia e liberato dalla prigionia.
— Non si chiamava Faria? domandò uno degli ufficiali che accompagnavano il governatore.
— Sì, rispose questi: egli pretendeva che questo fosse un nome antico, era però molto dotto e molto ragionevole su tutti i punti che non avevano relazione col suo tesoro; ma su questo, bisogna convenire, egli era intrattabile.
— È l’affezione che noi chiamiamo monomania, disse il medico.
— Voi non avete mai avuto nulla da lamentarvi di lui? domandò il governatore al carceriere.