— A questa sera, disse il governatore, quando fu finita.
— A che ora? domandò il carceriere — Fra le dieci e le undici. — Si deve vegliare il morto? — E perchè fare? si chiuda la prigione come se fosse vivo e nient’altro.
Allora i passi si allontanarono, le voci gradatamente cessarono, si fece sentire il cigolio dei cardini della porta che si chiudeva e lo stridere della serratura. Un silenzio più tetro di quello della solitudine, il silenzio della morte, si sparse per tutto, perfino nell’anima agghiacciata del giovine. Allora egli sollevò lentamente la pietra colla testa, e gettò uno sguardo investigatore nella camera: questa era vuota. Dantès allora uscì dal suo nascondiglio.
XX. — IL CIMITERO DEL CASTELLO D’IF.
Sul letto, steso nel senso della sua lunghezza e debolmente rischiarato da un giorno nebbioso che penetrava attraverso la finestra, si vedeva un sacco di tela grossissima sotto le larghe pieghe del quale si distingueva confusamente una forma lunga ed irrigidita: questo era l’involto funebre di Faria, quell’involto che costava sì poco al dire degli stessi carcerieri. Così tutto era finito: una materiale separazione esisteva di già fra Dantès ed il vecchio suo amico; egli non poteva vederne più gli occhi rimasti aperti per guardare al di là della morte, non poteva più stringere quella mano industriosa che aveva sollevato il velo che per lui copriva tante cose nascoste. Faria, l’utile, il buon compagno al quale si era avvezzato con tanto interessamento non esisteva più che nella sua memoria! Allora si assise ai piedi di questo letto terribile, e s’immerse in una cupa ed amara melanconia. Solo! era ritornato solo! era ricaduto nel silenzio, si trovava in faccia al niente! solo, non più la voce dell’unico essere umano che ancora lo teneva attaccato alla terra! non era meglio morire anche col rischio di passare per la lugubre porta dei patimenti? L’idea di un suicidio, scacciata dal suo amico, allontanata dalla presenza di lui, ritornava allora a drizzarsi come un fantasma vicino al letto di Faria.
— Se io potessi morire, diss’egli, andrei ove è andato egli. Ma come si fa a morire? è ben facile, riprese ridendo. Io resto qui, mi getto sul primo che entra, lo strangolo e sarò ghigliottinato. Ma siccome accade che tanto nei grandi dolori, quanto nelle grandi tempeste l’abisso si trova fra le due sommità dei flutti, così Dantès rinculò all’idea di questa morte infamante, e precipitosamente discese da questa disperazione ad una sete ardente di vita e di libertà.
— Morire! oh! no! gridò egli, a che varrebbe di aver vissuto tanto, di aver tanto sofferto per morire così? Morire era bene, quando avevo presa la risoluzione l’altra volta, sono diversi anni; ma ora ciò sarebbe veramente un aggiunger troppo alla mia miserabile situazione. No, io voglio vivere; no, voglio lottare fino all’ultimo momento, no, voglio riconquistare quella felicità che mi fu tolta. Prima di morire, dimenticava che io ho i miei carnefici da punire, e forse anche qualche amico da ricompensare; ma ora sarò dimenticato qui, e non uscirò dal mio carcere che nello stesso modo di Faria. — A questa parola Edmondo restò immobile, cogli occhi fissi, come colui che viene colpito da una repentina idea, ma però da un’idea che spaventa.
Ad un tratto si alzò, portò la mano alla fronte come se avesse le vertigini, fece due o tre giri intorno alla camera, e ritornò a fermarsi davanti al letto. — Oh! oh! chi m’invia questo pensiero? sei tu, o mio Dio? dappoichè i soli morti escono liberamente di qui, prendiamo il posto dei morti... e senza aspettare il tempo di pentirsi di questa risoluzione, e senza pensarvi più oltre per timore di distruggerla, si chinò sullo schifoso sacco, l’aprì col coltello fatto da Faria, ne tolse il cadavere, il trascinò nel proprio carcere, lo depose sul suo letto, gli mise in testa quella tela di cui egli stesso soleva coprirsi, baciò un’ultima volta quella fronte agghiacciata, tentò nuovamente di chiuderne gli occhi ribelli, che continuarono a rimanere aperti, ne volse la testa dalla parte del muro, affinchè il carceriere, quando gli portava il cibo della sera, avesse creduto che dormisse (il che non di rado accadeva) rientrò nel sotterraneo, tirò a sè il letto contro la muraglia, giunse nell’altra camera, prese dal nascondiglio l’ago e il filo, si tolse i cenci affinchè sotto la tela si sentissero le carni nude, si adattò dentro il sacco, si pose nella stessa situazione in cui era il cadavere, e richiuse il sacco con una cucitura per di dentro. Si sarebbe potuto sentire il battito del cuore, se per disgrazia in quel momento fosse entrato qualcuno. Dantès avrebbe potuto aspettare la visita della sera: ma egli temeva che il governatore cambiasse di risoluzione, e che si trasportasse il cadavere qualche tempo prima. Allora la sua ultima speranza sarebbe stata perduta. In ogni evento il suo disegno era stabilito, ecco ciò ch’egli contava di fare.
Se durante il tragitto i becchini riconoscevano che portavano un vivo invece di un morto, Dantès non lasciava loro il tempo di verificarlo; con un vigoroso colpo di coltello apriva il sacco di alto in basso, approfittava del loro terrore e fuggiva; se avessero voluto fermarlo si sarebbe servito del coltello. Se lo conducevano fino al cimitero e lo depositavano in una fossa, vi si lasciava coprir di terra; quindi, venuta la notte, appena i becchini avessero voltato le spalle, si apriva un passaggio attraverso la terra molle, e fuggiva. Sperava che il peso della terra non sarebbe stato tanto grande da non poterla sollevare. Se poi s’ingannava, se al contrario questo peso era tanto forte da morirne soffocato, tanto meglio: tutto era finito! Dantès non aveva mangiato dal giorno innanzi: nel mattino non avea pensato alla fame, e non vi pensava neppure allora. La sua posizione era troppo precaria per lasciargli l’agio di fermare il pensiero sopra altre idee. Il primo pericolo che correva Dantès, era che il carceriere quando gli portava il vitto alle sette si fosse accorto della sostituzione fatta. Fortunatamente, più di venti volte, tanto per misantropia che per stanchezza, Dantès aveva ricevuto il carceriere, addormentato, e in questi casi, d’ordinario, quest’uomo deponeva il pane e la minestra sulla tavola, e partiva senza dir parola. Ma questa volta il carceriere poteva derogare dalle sue abitudini di mutismo, interrogare Dantès, e vedendo che non gli rispondeva, accostarsi al letto e scoprir tutto.
Allorchè si avvicinarono le sette, cominciarono le angosce di Dantès. Si sforzava di comprimere colla mano il petto per moderare i palpiti del cuore, mentre che, con l’altra si asciugava il sudore della fronte che scorreva lungo le tempie, dei brividi ne agitavano tutto il corpo, e a quando a quando gli stringevano il cuore come fra una morsa ghiacciata. Allora egli si credeva sul punto di morire.