— Di fame! gridò l’abate scuotendosi sullo sgabello... di fame!... il più vile degli animali non muore di fame; i cani che vanno errando per le contrade trovano una mano compassionevole che loro getta un tozzo di pane! e un uomo, un cristiano è morto di fame in mezzo ad altri uomini, che si dicono cristiani come lui! impossibile! oh! ciò è impossibile!
— Dissi ciò che dissi, riprese Caderousse.
— Tu hai torto, disse una voce dalle scale; di che ti mischi? — I due uomini si voltarono e videro tra le sbarre della scala la testa malaticcia della Carconta. Essa erasi trascinata fin là, ed ascoltava la conversazione, assisa sull’ultimo scalino colla testa appoggiata sulle ginocchia.
— Di che vieni tu a mischiarti, o moglie? disse Caderousse. Questo signore domanda delle informazioni, la cortesia vuole che gli si diano.
— Ma prudenza vuole che ti taccia. Chi ti dice con quali intenzioni ti si vuol far parlare, imbecille!
— Con una intenzione eccellente, ve ne rispondo io, disse l’abate. Vostro marito adunque non ha nulla a temere, purchè mi risponda francamente.
— Nulla a temere... Sì, si comincia con delle belle promesse, poi uno si contenta di dire che non vi ha nulla a temere, quindi se ne va senza custodir una parola di ciò che è stato detto, e un bel mattino cade la disgrazia sopra una povera famiglia senza che si sappia da che parte viene.
— State tranquilla, buona donna, rispose l’abate, la disgrazia non vi verrà da parte mia, ve lo garantisco.
La Carconta brontolò qualche parola che non si potè capire, lasciò ricadere sulle ginocchia la testa che per un momento aveva sollevata, e continuò a tremare per la febbre, lasciando suo marito libero di continuare la conversazione, ma situandosi in modo da non perderne una parola.
Frattanto l’abate aveva bevuto qualche sorso d’acqua e si era rimesso. — Ma, riprese egli, questo disgraziato vecchio era adunque talmente abbandonato da tutti che dovè perire di una tal morte?