— Ciascun prigioniero ha la sua filza. — Ebbene! signore, io sono stato allevato in Roma da un tale che disparve d’improvviso. Seppi dipoi che egli era stato detenuto nel castello d’If, e vorrei avere qualche particolare sulla sua morte. — Come lo chiamavate? — Lo scienziato Faria.

— Oh! me ne ricordo perfettamente, esclamò de Boville, egli era pazzo. — Si diceva. — Oh! lo era certamente.

— È possibile! e quale era il suo genere di pazzia? — Pretendeva di sapere dove stava nascosto un immenso tesoro, ed offriva delle somme considerevoli al governo se avesse voluto metterlo in libertà. — Povero diavolo! ed è morto?

— Sì, sono cinque, o sei mesi al più, in febbraio scorso.

— Voi avete una felice memoria, per ricordarvi così le date.

— Io mi ricordo questa, perchè la morte del povero diavolo fu accompagnata da un singolare accidente.

— Si potrebbe conoscere questo accidente? domandò l’inglese con una espressione di curiosità, che un freddo osservatore si sarebbe maravigliato di ritrovare sul suo viso flemmatico.

— Oh! senza difficoltà: la prigione di Faria era lontana da 45 a 50 piedi circa da quella di un certo bonapartista, uno di quelli che avevano più di tutti contribuito al ritorno dell’usurpatore nel 1815, uomo molto risoluto, e molto pericoloso.

— Veramente! disse l’inglese.

— Sì, rispose de Boville, ho avuto occasione di vedere quest’uomo nel 1816 o 1817, non si discendeva nel suo carcere senza essere scortati da un picchetto di soldati; quest’uomo mi ha fatto una profonda impressione, e non dimenticherò mai il suo viso.