— Ed in qual modo? — Come! non lo immaginate?
— No. — Il castello d’If non ha cimitero; ed i morti si gettano semplicemente in mare dopo avere attaccata ai loro piedi una palla da 36. — Ebbene? disse l’inglese come se avesse difficoltà a capire. — Ebbene! gli fu attaccata una palla da 36 ai piedi, e fu gettato in mare. — Davvero! gridò l’inglese. — Sì signore, continuò l’ispettore. Capirete quale sarà stata la meraviglia del fuggitivo allorchè si sentì precipitare dall’alto al basso del castello. Avrei voluto vedere la sua figura in quel momento. — Sarebbe stato difficile. — Non importa, disse Boville, che la certezza di rimborsare i suoi 200 mila fr. metteva di buon umore; me la figuro. — E dette uno scoppio di risa. — Ed io pure, disse l’inglese: e si mise a ridere anche egli, ma come fanno gl’Inglesi, vale a dire sulla punta dei denti. — In tal modo, continuò l’inglese, in tal modo il fuggitivo fu annegato?
— Bello, e bene. — Di maniera che il governatore del castello fu liberato ad un tempo da un furioso, e da un pazzo. — Precisamente. — Ma sarà stato compilato una specie di atto su questo avvenimento? domandò l’inglese.
— Sì, sì, l’atto mortuario. Voi capirete bene, i parenti di questo Dantès, se egli ne ha, potrebbero aver qualche interessamento per assicurarsi se è vivo, o morto.
— Di modo che, essi possono essere tranquilli se hanno ereditato da lui. Egli è morto, e morto davvero.
— Oh! mio Dio, sì, e ne verrà rilasciato il certificato ogni qual volta lo vorranno. — Così sia, disse l’inglese. Ma ritorniamo ai registri. — È vero. Questa storia ci aveva divagati; perdono. — Perdono di che? della storia? al contrario; essa mi è sembrata molto curiosa. — E lo è di fatto. Così voi desideravate vedere tutto ciò che è relativo al vostro povero precettore, che era la stessa dolcezza? — Ciò mi farà un vero piacere. — Passiamo nel mio gabinetto, e vi mostrerò le relative carte.
Ed entrambi passarono nel gabinetto di studio del sig. de Boville.
Tutto era effettivamente nell’ordine più perfetto: ciascun registro era al suo numero, ciascuna filza nella sua casella.
L’ispettore fe’ sedere l’inglese in una poltrona, e depose davanti a lui il registro, e le filze relative al castello d’If, dandogli tutto il comodo di sfogliarle, nel mentre che, egli stesso seduto in un angolo mettevasi a leggere un giornale.
L’inglese trovò finalmente la filza relativa al suo istruttore Faria, ma sembrò che la storia raccontatagli da de Boville avesse in lui destato grande interessamento; chè dopo aver preso conoscenza di queste prime carte, continuò a sfogliare fino a che ritrovò quella che riguardava Edmondo Dantès. Là ritrovò ogni cosa al suo posto, denunzia, interrogatorio, petizione di Morrel, postille di Villefort. Egli piegò chetamente la denunzia, e se la pose in saccoccia, lesse l’interrogatorio, e vide che non era stato segnato il nome di Noirtier, percorse la domanda in data del 10 aprile 1815, nella quale Morrel, dietro il consiglio del sostituto, esagerava con eccellente intenzione (poichè allora regnava Napoleone) i servigi che Dantès aveva resi alla causa imperiale, servigi che il certificato di Villefort rendeva incontrastabili. Allora capì tutto. Questa domanda a Napoleone trattenuta da Villefort, era diventata sotto la seconda restaurazione un’arma terribile nelle mani del procuratore del Re. Egli non si maravigliò dunque più, sfogliando il registro, di ritrovare in nota al suo nome quanto segue: