| Edmondo Dantès | Bonapartista arrabbiato; ha preso parte attiva al ritorno dall’Isola d’Elba; da tenersi nella più gran segreta, e sotto la più stretta sorveglianza. |
Al disotto di queste linee stava scritto di altro carattere.
«Vista la nota qui sopra, nulla a farsi.» Soltanto paragonando il carattere del registro con quello del certificato posto ai piedi della domanda di Morrel, egli acquistò la certezza che la nota del registro era dello stesso carattere del certificato, cioè scritta dalla mano di Villefort.
In quanto alla nota che l’accompagnava, l’inglese capì che doveva essere stata scritta da qualche ispettore che avea preso interessamento momentaneamente alla situazione di Dantès, ma che i recapiti citati avevano messo nell’impossibilità di darvi corso.
Come si disse l’ispettore, per discrezione, e per non incomodare nelle sue ricerche l’allievo di Faria, si era allontanato, e leggeva le Drapeau blanc. Egli adunque non vide l’inglese piegare e mettersi in saccoccia la denunzia scritta da Danglars sotto il pergolato della Réserve, e che portava il bollo della posta di Marsiglia, 28 febbraio. Ma bisogna dirlo, se lo avesse veduto, annetteva sì poca importanza a questa carta, e tanta ai suoi 200 mila franchi per opporsi a ciò che faceva l’inglese, per quanto fosse irregolare.
— Grazie, disse questi chiudendo con romore il registro. Ho veduto quanto mi abbisognava: ora sta a me a mantenere la mia promessa: fatemi una semplice girata del vostro credilo; confessate in essa di avere ricevuto il contante, ed io vi pago subito questa somma. — Cedè il posto al sig. de Boville, che vi si assise senza complimenti, e si affrettò di fare la chiesta girata, nel mentre che l’inglese contava i biglietti di banca all’angolo della tavola.
XXIX. — LA CASA MORREL.
Colui che avesse lasciato Marsiglia qualche anno prima, conoscendo l’interno della casa di Morrel, e che vi fosse rientrato all’epoca in cui siamo arrivati, vi avrebbe scorto un grandissimo cambiamento. Invece di quell’aura di vita, di comodo e di felicità, che per così dire esala da una casa che sia in corso di prospera fortuna: invece di quelle allegre figure che si fanno vedere dietro le portiere delle finestre, di quei commessi affaccendati che attraversano i corridori con una penna cacciata dietro l’orecchio, invece di quel cortile ingombro di balle, rimbombante di grida e di risa dei facchini, avrebbe trovato fin dal primo sguardo, un non so che di tristezza e di morte in questi corridori deserti e in questo vuoto cortile. Dei tanti impiegati che in altri tempi popolavano gli scrittoi, appena due ne rimanevano; uno era Emmanuele Raymond, giovine di 23 anni, l’innamorato della figlia di Morrel, ed era tuttavia rimasto nel banco, quantunque i suoi parenti avessero fatto di tutto per togliervelo; l’altro era un vecchio cassiere, losco, chiamato Coclite, soprannome che eragli stato dato dai giovani che in altro tempo popolavano questo alveare fragoroso, in oggi quasi disabitato, e che aveva così bene e così perfettamente sostituito il suo vero nome, che secondo ogni probabilità, non si sarebbe neppur voltato, se oggi non lo avessero chiamato con questo soprannome.
Egli era rimasto al servizio di Morrel, e nella situazione di questo bravo uomo si era operato uno strano cambiamento, mentre era salito al grado di cassiere, era contemporaneamente disceso al rango di domestico. Ciò non gl’impediva di essere lo stesso Coclite, buono, paziente, affezionato, ma inflessibile sui punti di aritmetica, solo argomento sul quale avrebbe resistito contro il mondo intero, compreso il sig. Morrel, non conoscendo che la sua tavola pittagorica, che sapeva sulle punte delle dita, qualunque fosse il modo con cui gliela presentavano, qualunque fosse l’errore nel quale avessero tentato di farlo cadere. In mezzo alla tristezza generale che aveva invaso la casa Morrel, Coclite però era il solo che fosse rimasto impassibile. Ora, che nessuno s’inganni, questa impassibilità non proveniva da mancanza di affezione, ma al contrario da una inalterabile convinzione. Come i topi che, si dice, abbandonino poco a poco un bastimento che da qualche tempo è condannato dal destino a perire in mare, dimodocchè questi ospiti egoisti lo hanno completamente abbandonato al momento che si leva l’ancora; così tutta quella folla di commessi e d’impiegati che traevano la loro sussistenza dalla casa dell’armatore avevano un poco per volta resi deserti gli scrittoi ed i magazzini; Coclite li aveva veduti allontanare senza neppur pensare a rendersi conto della causa della loro partenza: tutto, come lo abbiam detto, si riduceva per Coclite ad una quistione di cifre, e da venti anni che era in casa Morrel aveva sempre veduto effettuarsi i pagamenti a cassa aperta con tale una regolarità da non fargli credere che questa avesse potuto variare, ed i pagamenti sospendersi, più di quanto un mugnaio che possiede un mulino messo in moto da un canale abbondante di acqua, può credere che un giorno o l’altro quest’acqua possa venir meno. Infatto fin allora, nulla era ancor sopraggiunto a portare ostacolo alla convinzione di Coclite. Gli ultimi giorni dello scorso mese erano passati con una rigorosa puntualità. Coclite aveva notato un errore di settanta centesimi commesso da Morrel in suo pregiudizio, e lo stesso giorno aveva riportato i quattordici soldi di eccedenza a Morrel, che con un sorriso malinconico li aveva presi e lasciati cadere in un cassetto quasi vuoto, dicendo: — Bravo, Coclite, voi siete la perla dei cassieri.
E Coclite si era ritirato soddisfatto in modo, che non si sarebbe potuto esserlo di più, perchè un elogio di Morrel, di questa perla degli uomini onesti di Marsiglia, lusingava Coclite molto più che una gratificazione di 50 scudi. Ma dopo la fine di quel mese così vittoriosamente compito, Morrel aveva passato ore crudeli; per farvi fronte aveva riunite tutte le sue risorse e temendo egli stesso che il rumore delle sue ristrettezze non si spandesse in Marsiglia vedendolo ricorrere a simili estremi, era andato a fare un viaggio alla fiera di Beaucaire per vendere qualche gioiello che apparteneva a sua moglie ed a sua figlia, non che una parte della sua argenteria: con tal sacrificio tutto era ancora passato per una volta ad onore della casa Morrel. Ma la cassa era rimasta completamente vuota. Il credito, spaventato dal rumore che correva, si era allontanato col suo ordinario egoismo, e per far fronte ai 100 mila fr. da pagarsi il dì 15 di quel mese al signor de Boville, e agli altri 100 mila fr: che scadevano il 15 del successivo mese, Morrel non aveva realtà o altra speranza che nel ritorno del Faraone di cui un bastimento che aveva levata l’ancora di conserva con lui e che era arrivato in porto, aveva annunziata la partenza. Ma questo legno che veniva da Calcutta come il Faraone, era già arrivato da 15 giorni, mentrechè del Faraone non si aveva alcuna notizia.