In questo stato di cose la dimane del giorno in cui aveva concluso l’affare con de Boville, da noi raccontato, l’incaricato della casa Thomson e French di Roma si presentò al sig. Morrel. Lo ricevette Emmanuele. Il giovine che si spaventava ad ogni nuova figura, perchè ella annunziava un nuovo creditore che nella sua inquietudine veniva ad interrogare il capo della casa, volle risparmiare al padrone la noia di questa visita: interrogò il nuovo arrivato il quale dichiarò che non aveva cosa alcuna da dire: ma che voleva parlare a Morrel in persona.
Emmanuele sospirando chiamò Coclite; questi comparve e ricevette l’ordine di condurre lo straniero dal sig. Morrel: Coclite camminò avanti e lo straniero lo seguì. Sulla scala incontrarono una bella giovinetta di 17 anni che guardò lo straniero con inquietudine; Coclite non osservò questa espressione del viso di lei, che però non isfuggì al forestiero.
— Il sig. Morrel è nel suo gabinetto, n’è vero, madamigella Giulia? domandò il cassiere.
— Sì, almeno credo di sì, disse la giovinetta con esitazione; guardate dapprima, Coclite, e se mio padre vi è, annunziate il signore. — È inutile l’annunziarmi, madamigella, rispose l’inglese, il Sig. Morrel non conosce il mio nome. Questo brav’uomo ha da dirgli soltanto che io sono il primo commesso della casa Thomson e French di Roma, colla quale la Casa di vostro padre è in relazione. — La giovinetta impallidì e continuò a discendere, mentre che Coclite e lo straniero continuavano a salire. Ella entrò nel luogo ove era lo scrittoio d’Emmanuele; e Coclite, col mezzo di una chiave di cui era possessore, e che annunciava la sua familiarità col principale, aprì una porta del secondo piano, introdusse lo straniero in un’anticamera, aprì una seconda porta che richiuse dietro a sè, e dopo aver lasciato solo per un momento l’inviato della casa Thomson e French, ricomparve facendogli segno di poter entrare.
L’inglese entrando trovò il sig. Morrel assiso avanti al suo scrittoio impallidendo all’aspetto delle colonne spaventose dei registri su cui stava scritto il suo passivo. Vedendo lo straniero, Morrel chiuse i registri, si alzò, prese una sedia, e quando lo vide seduto, egli pure si assise.
Quattordici anni avevano cambiato assai la fisonomia del negoziante, il quale, di 36 anni al principio di questa storia stava per compiere i 50. I capelli erano incanutiti, la fronte si era solcata di due profonde rughe, e lo sguardo, in altri tempi così fermo e sicuro, era divenuto vago ed irresoluto, e sembrava dovesse sempre temere di fissarsi sopra un uomo o sopra un’idea. L’inglese lo guardò con un sentimento di curiosità misto ad interessamento. — Signore, disse Morrel a cui questo esame sembrava raddoppiare il mal essere, voi desideravate parlarmi?
— Sì, signore. Voi sapete da qual parte io vengo, è vero?
— A quanto mi ha detto il cassiere, da parte della casa Thomson e French. — Vi ha detto la verità. La casa Thomson e French ha tre in 400 mila franchi da pagare in Francia, parte nel mese corrente e parte nel vicino mese, e conoscendo la vostra rigorosa esattezza ha riunito tutte le cambiali che ha potuto ritrovare con la vostra firma, e mi ha incaricato, a seconda che queste scadono, di ritirare i fondi da voi, e di impiegarli. — Morrel mandò un profondo sospiro, e passò la mano sulla fronte coperta di sudore. — Voi dunque, signore, domandò Morrel, avete delle cambiali firmate da me?
— Sì, signore, e per una somma abbastanza considerevole.
— Per qual somma? domandò Morrel, con voce che invano cercava di render sicura.