Infatto aveva appena pronunciate queste parole, che la signora Morrel entrò singhiozzando, Emmanuele la seguiva; nel fondo dell’anticamera si vedevano le rozze figure di sette o otto marinari seminudi. Alla vista di quegli uomini l’inglese rabbrividì: fe’ un passo per andar loro incontro, ma si contenne, ed invece si nascose nell’angolo più oscuro ed appartato del gabinetto. La signora Morrel andò ad assidersi presso il marito, prese fra le sue le mani di lui, mentre che Giulia restava in piedi appoggiata al petto del padre. Emmanuele era rimasto a metà della stanza e sembrava servir di legame fra il gruppo della famiglia Morrel, e i marinari che stavano fermi sulla porta.
— E come avvenne questo infortunio? domandò Morrel.
— Avvicinatevi Penelon, disse il giovine, e raccontate il caso. — Un vecchio marinaro, abbronzito dal sole dell’equatore, si avanzò ravvolgendo fra le mani gli avanzi di un cappello.
— Buon giorno, Sig. Morrel, diss’egli come se avesse lasciato Marsiglia dal giorno precedente o giungesse da Tolone, o da Aix. — Buon giorno, amico mio, disse l’armatore non potendo fare a meno di sorridere in mezzo alle lagrime; ma dov’è il capitano? — Il capitano è rimasto malato a Palma; ma se piace a Dio, è cosa da nulla, e voi lo vedrete giungere fra qualche giorno, tanto bene in salute quanto voi ed io.
— Sta bene... ora parlate Penelon, disse Morrel.
Penelon fece passare da una parte all’altra della bocca il tabacco che masticava, quindi ponendo la mano davanti, lanciò nell’anticamera un getto di saliva nerastra, avanzò il piede e si equilibrò sulle anche:
«Noi eravamo circa qualche cosa più o meno fra il capo-Blanc e il capo-Boyador camminando con una buona brezza di sud-sud-ovest dopo essere stati senza muoverci otto giorni per la calma, quando il capitano Gaumard mi si avvicina; bisogna che sappiate, che allora io era al timone, e mi dice:
«Papà Penelon, che pensate voi di quelle nubi che s’innalzano laggiù sull’orizzonte?» — Io le guardava precisamente in quel momento. «Che ne penso io capitano? Io ne penso che s’innalzano un poco più presto di quello che ne abbiano diritto, e che sono più nere di quello che si convenga a nuvoli che non abbiano cattive intenzioni.» «Questo è pure il mio avviso, disse il capitano, e vado subito a prendere le necessarie cautele. Noi abbiamo le vele troppo spiegate pel vento che farà in breve... Olà, eh! preparatevi a serrare le vele, ed a mandare a basso quella di trinchetto.» Era tempo; non fu appena eseguito l’ordine, che il vento infuriava su noi e il bastimento dava di banda. «Bene! disse il capitano, abbiamo ancora troppa tela, accomoda, o serra la gran vela.» Cinque minuti dopo la gran vela era chiusa, e noi camminavamo colla mezzana, colla vela di gabbia e i parrocchetti.
«Ebbene! Papà Penelon, dissemi il Capitano, che avete, scuotete la testa?» — «Gli è perchè nel vostro posto, vedete, non resterei in così bel cammino.» — «Credo che tu abbia ragione, vecchio, diss’egli, noi avremo in breve un colpo di vento.»
«Ah! capitano, gli rispondo io, chi volesse riscattare con un colpo di vento ciò che si prepara laggiù, guadagnerebbe assai; questa è una buona e bella tempesta dove io non mi rinvengo.» Vale a dire che si vedeva venire il vento come si vede la polvere a Montredon; fortunatamente che aveva che fare con un uomo che lo conosceva. «Attenti a prendere tre terzaroli nelle gabbie, gridò il capitano, allarga le boline, braccio al vento, abbasso i pennoni!»