«E non mentiva il povero Faraone; noi lo sentivamo abbassarsi sotto i nostri piedi. Tanto fu, con un giro di mano la scialuppa era in mare, e in un batter d’occhio gli otto marinari erano dentro. Il capitano fu l’ultimo a discendere, o piuttosto no, egli non discese; non voleva abbandonare il naviglio, fui io che lo presi abbracciandogli il corpo e lo gettai ai camerati, dopo di che saltai io pure a mia volta. Ed era tempo. Appena ebbi fatto il salto, il ponte si spaccò con un rumore tale, che si sarebbe detta una bordata di un vascello da 48. Dieci minuti dopo affondò in avanti, poi in dietro, quindi si mise a girare su sè stesso, come un cane che corre dietro la propria coda; finalmente, buona sera alla compagnia, brrrrru! tutto fu finito, il Faraone non v’era più!

«In quanto a noi, siamo stati tre giorni senza bere e senza mangiare, ed era tale la nostra fame che già si cominciava a parlare di fare alla sorte per sapere chi alimenterebbe gli altri, quando scoprimmo la Gironda, le facemmo dei segnali, ella ci vide, volse capo verso di noi, ci spedì la sua scialuppa e ci raccolse. Ecco come è andata, sig. Morrel, parola d’onore! sulla fede di marinaro! n’è vero compagni?»

Un mormorio generale d’approvazione indicò che il narratore aveva riunito tutti i suffragi per la verità del racconto ed il pittoresco dei particolari dati.

— Bene, amici miei, disse Morrel, voi siete brava gente; io già sapeva che nella disgrazia che mi sarebbe toccata, niuno avrebbe avuto colpa fuorchè il mio destino: questa è la volontà di Dio, e non la colpa degli uomini. Adoriamo la volontà di Dio. Ora ditemi quanto vi debbo per il vostro soldo!

— Oh! bah! non parliamo di questo, signor Morrel.

— Al contrario, parliamone, disse l’armatore con un tristo sorriso. — Ebbene! dobbiamo avere tre mesi di soldo; disse Penelon.

— Coclite pagate 200 fr. a ciascuno di questi bravi uomini. In altri tempi, amici miei, avrei detto: date loro cento fr. a ciascuno di gratificazione, ma i tempi sono disgraziati, cari amici, e il poco di danaro che mi resta non è più mio; scusatemi adunque, e non per questo non cessate dall’amarmi.

Penelon fece una mossaccia di tenerezza, si volse ai compagni, cambiò con loro qualche parola e replicò:

— Per quello che riguarda a ciò, sig. Morrel, diss’egli masticando tabacco, e lanciando nell’anticamera un secondo getto di saliva che andò a tener compagnia al primo, per quello che riguarda a ciò... — A che? — Al danaro. — Ebbene? — Ebbene! sig. Morrel, i camerati dicono che pel momento son loro sufficienti 50 fr. per ciascuno, e che pel resto aspetteranno. — Grazie, amici miei, grazie! gridò Morrel commosso fino al cuore; siete tutti brava gente; ma prendete! prendete! e se trovate un buon servizio, entratevi pure; siete liberi.

Quest’ultima parte della frase produsse un effetto prodigioso sui degni marinari; essi guardaronsi gli uni e gli altri con aspetto scomposto. Penelon, a cui mancava il fiato, poco mancò non inghiottisse la boccata di tabacco; fortunatamente portò a tempo la mano alla gola: — Come! sig. Morrel, diss’egli con voce soffocata, come! voi ci licenziate, siete dunque malcontento di noi? — No, figli miei, disse l’armatore; no, non sono malcontento di voi, tutto il contrario; no, io non vi licenzio. Ma che volete farci, non ho più bisogno di marinari.