Queste ultime parole furono pronunciate a sì bassa voce che lo straniero non potè intenderle. Le cambiali furono rinnovate; vennero stracciate le antiche, ed il povero armatore si trovò almeno ad avere innanzi a sè tre mesi per potere riunire le sue ultime risorse. L’inglese ricevette i suoi ringraziamenti colla flemma particolare alla sua nazione, e prese congedo da Morrel, che lo ricondusse benedicendolo, fino alla porta. Sulla scala incontrò Giulia; la giovinetta faceva sembiante di discendere, ma in realtà lo aspettava.
— Oh! Signore! disse ella giungendo le mani. — Madamigella, disse lo straniero, voi un giorno riceverete una lettera firmata... Sindbad il marinaro... fate appuntino ciò che vi dirà questa lettera, per quanto strana vi possa sembrare la raccomandazione. — Sì, signore, rispose Giulia. — Mi promettete voi di farlo? — Ve lo giuro. — Basta così! addio madamigella; siate sempre buona e savia fanciulla come siete, ed ho fiducia che Iddio vi ricompenserà, dandovi per marito Emmanuele. — Giulia mandò un piccolo grido, divenne rossa come una ciliegia, e si attenne al passamano per non cadere. Lo straniero continuò il cammino facendole un gesto di addio. Nel cortile egli incontrò Penelon che teneva un rotolo di cento fr. in ciascuna mano, e che sembrava non potersi risolvere a portarli via.
— Venite, amico mio; gli diss’egli, ho bisogno di parlarvi.
XXX. — IL 5 SETTEMBRE.
Questa dilazione accordata dal mandatario della casa Thomson e French, al momento in cui Morrel meno se lo aspettava, parve al povero armatore uno di quei ritorni di ben essere che annunziano all’uomo la sorte essersi alla fine stancata di perseguitarlo. Lo stesso giorno raccontò a sua figlia, e ad Emmanuele ciò che eragli accaduto; e un poco di speranza, se non di tranquillità, rientrò nella famiglia. Disgraziatamente però Morrel non aveva affari soltanto con la casa Thomson e French che si era mostrata tanto facile ad un accomodamento; com’egli lo aveva detto, nel commercio si hanno corrispondenti, e non amici.
Allorchè vi pensava profondamente, non comprendeva neppur questa condotta generosa della casa Thomson e French verso di lui, e non si spiegava ciò, che con questa riflessione superlativamente egoista, che questa casa doveva aver detto: val meglio sostenere quest’uomo che ci deve quasi 300 mila fr., e avere questa somma in capo a tre mesi, di quello che sollecitarne la rovina, e avere il sei o l’otto per cento del capitale. Disgraziatamente, fosse odio, fosse acciecamento, tutti i corrispondenti di Morrel non fecero la stessa riflessione, anzi qualcuno fece la riflessione in contrario. Le cambiali sottoscritte da Morrel furono presentate alla cassa con uno scrupoloso rigore, e, mercè la dilazione accordata dall’inglese furono pagate a cassa aperta da Coclite il quale continuò a rimanersi nella sua tranquillità fatidica. Il solo Morrel vide con terrore, che se avesse dovuto rimborsare al 15 i 100 mila fr. di de Boville, e al 30 i 32,500 fr. di cambiali, per le quali, come per quelle dell’Ispettore delle prigioni aveva ottenuta una dilazione, sarebbe stato fin da quel mese un uomo perduto.
L’opinione di tutti i negozianti di Marsiglia era, che Morrel non avrebbe potuto sostenere tutti i rovesci successivi che l’opprimevano. Fu dunque grande la meraviglia allorchè vidersi compiere i pagamenti della fine del mese coll’ordinaria esattezza. Ciò non pertanto nemmen per questo ritornò fiducia negli animi, e fu giudicato a voce unanime, che alla fine del venturo mese sarebbe stato depositato il bilancio del disgraziato armatore. Tutto il mese passò dunque in isforzi inauditi per parte di Morrel, onde riunire tutte le sue risorse. In altri tempi le sue cedole, a qualunque data esse fossero, erano prese con confidenza, ed anzi domandate. Morrel tentò di negoziare delle cedole colla scadenza di 90 giorni, e trovò tutti i banchi chiusi. Fortunatamente aveva egli pure qualche incasso, sul quale poteva contare e questo fu fatto; così si trovò ancora in istato di far fronte ai suoi obblighi quando giunse la fine di luglio. D’altra parte il mandatario della casa Thomson e French non era più stato veduto a Marsiglia. La dimane della sua visita a Morrel era sparito: or siccome in Marsiglia non aveva avuto a trattare che col Sindaco, coll’Ispettore delle prigioni, e con Morrel, così il suo passaggio non aveva lasciato altra traccia che i ricordi diversi che ne conservavano queste tre persone. In quanto ai marinari del Faraone sembrava che avessero ritrovato da impiegarsi, poichè essi pure erano spariti.
Il capitano Gaumard rimessosi dalla malattia che lo aveva trattenuto a Palma ritornò egli pure: esitò a presentarsi al sig. Morrel; ma questi, saputo il suo arrivo, andò di persona a ritrovarlo. Il degno armatore sapeva di già pel racconto di Penelon la coraggiosa condotta che aveva tenuta il capitano durante tutta questa avaria, e si sforzò di consolarlo. Gli portò l’ammontare del suo soldo, che il capitano Gaumard non avrebbe certamente osato di andare a riscuotere. Quando Morrel discese la scala incontrò Penelon che saliva: questi aveva, a quanto sembrava, fatto un buon uso del danaro, poichè era vestito tutto di nuovo. Riconoscendo il suo armatore il degno timoniero parve molto impacciato; si ritirò nell’angolo più lontano del pianerottolo, masticando il tabacco a diritta e a sinistra, e girando due grossi occhi spaventati, non rispose che con una timida pressione alla stretta di mano che gli offerse Morrel colla sua ordinaria cordialità. Morrel attribuì l’impaccio di Penelon all’eleganza del vestito; era evidente che non era entrato di proprio conto in tanto lusso; e chiaramente appariva trovarsi di già impegnato a bordo di un qualche altro bastimento, e la sua vergogna venivagli da ciò che non aveva, se è lecito esprimersi così, portato per un tempo maggiore il lutto del Faraone. Forse ancora recavasi dal capitano Gaumard per metterlo a parte della sua fortuna, e per fargli delle esibizioni per parte del nuovo padrone.
— Brava gente! disse Morrel allontanandosi, possa il vostro nuovo padrone amarvi come vi amava io, ed essere più felice di quel che io non sono!...
Passò il mese d’agosto in tentativi, senza posa rinnovati da Morrel, per rialzare il suo credito, o per aprirsene un nuovo. Il 20 agosto seppesi a Marsiglia che aveva preso un posto nella Malle-Poste, e allora tutti opinarono che alla fine del mese verrebbe depositato il bilancio, e che Morrel era partito prima per non assistere a quest’atto crudele, delegando senza dubbio il suo primo commesso Emmanuele, e il cassiere Coclite. Ma contro ogni previsione allorchè giunse il 31 agosto, la cassa si aprì secondo il solito. Coclite apparve dietro la inferriata, tranquillo come il giusto di Orazio, esaminò colla stessa attenzione le cedole che gli vennero presentate, e pagò le tratte dalla prima all’ultima colla stessa esattezza. Vennero parimente presentati due rimborsi che erano stati preveduti da Morrel, e Coclite li pagò con la medesima puntualità propria dell’armatore. Nessuno ne capiva niente, ed i profeti delle cattive notizie con una particolare ostinazione rimettevano il fallimento alla fine del settembre.