Morrel giunse il primo del mese. Era atteso da tutta la famiglia colla più grande ansietà: mentre contavano sull’esito del suo viaggio a Parigi come sull’ultima via di salute.
Morrel aveva pensato a Danglars, in oggi milionario, ed un giorno suo sottoposto, poichè fu la raccomandazione di Morrel che fece entrare Danglars al servizio del banchiere spagnuolo presso il quale aveva cominciata la sua immensa fortuna. Si diceva che Danglars era possessore di sei ad otto milioni, e che godeva un credito illimitato. Danglars senza levarsi uno scudo di saccoccia poteva salvare Morrel: non aveva che a garantire un imprestito, e Morrel era salvato. Morrel da lungo tempo aveva pensato a Danglars; ma vi sono alcune istintive ripulsioni di cui non sappiam farci padroni; egli aveva aspettato fino a che gli era stato possibile, prima di ricorrere a quest’ultimo mezzo. E ne aveva avuto ragione, poichè ritornava oppresso dall’umiliazione, e dal rifiuto. Al ritorno non manifestò alcun lamento, non proferì alcuna recriminazione; aveva stesa la mano amichevolmente ad Emmanuele, si era chiuso nel gabinetto del secondo piano, e aveva chiesto di Coclite. Dissero le due donne ad Emmanuele, noi siamo perdute. Quindi, in un breve conciliabolo tenuto fra di loro, convennero che Giulia avrebbe scritto al fratello, che era in guarnigione a Nimes, di venire sul momento. Le povere donne sentivano di avere bisogno di tutte le loro forze per sostenere il colpo che le minacciava; d’altra parte Massimiliano Morrel, quantunque nell’età di 22 anni, aveva già una grande influenza sopra suo padre. Egli era un giovine fermo, e destro. Al momento in cui si era trattato di abbracciare una carriera, suo padre non aveva voluto imporgli uno stato, ma aveva consultato il genio del giovine Massimiliano. Questi allora dichiarò di voler seguire la carriera militare; aveva per conseguenza fatti degli eccellenti studii, era entrato per concorso nella scuola Politecnica, e n’era uscito sottotenente al 53º di linea. Dopo un anno che occupava questo posto, aveva di già la promessa che alla prima occasione verrebbe nominato tenente. Nel reggimento, Massimiliano Morrel era citato come il più rigido osservatore, non solo di tutti gli obblighi imposti al soldato, ma ancora di tutti i doveri propri all’uomo, e non veniva chiamato con altro nome, che con quello di stoico. Non fa mestieri dire che la maggior parte di coloro che lo chiamavano con un tal soprannome lo ripetevano per averlo inteso dire, ma non sapevano che cosa volesse significare.
La madre e la sorella il chiamavano in loro soccorso per sostenerle nella grave congiuntura che sentivano bene di esser prossime ad incontrare. Esse non si erano ingannate sulla gravità di questa congiuntura, perchè un momento dopo che Morrel era entrato nel suo gabinetto con Coclite, Giulia vide uscire quest’ultimo pallido, tremante, e col viso tutto sconvolto. Ella volle interrogarlo quando le passò vicino; ma il bravo uomo continuò a discendere la scala con una precipitazione che non eragli solita, e si contentò di gridare alzando le braccia al cielo: — Oh! madamigella, madamigella! quale orribile disgrazia, e chi avrebbe mai creduto questo!
Poco dopo, Giulia il vide risalire portando due, o tre grossi registri, e un sacchetto di monete. Morrel consultò i registri, aprì il portafogli, contò le monete. Tutte le sue risorse ascendevano a sei o ottomila fr. I suoi crediti realizzabili fino al giorno 5, a quattro o cinque mila; ciò che formava in contante, a dir molto, un attivo di 14 mila fr. per far fronte ad una cambiale di 287,500 fr. Non vi era neppur mezzo di offrire una simil somma a conto. Però quando Morrel discese per pranzare, sembrava assai tranquillo: il che spaventò le due donne assai più che non avrebbe potuto fare il più grande abbattimento. Dopo pranzo Morrel aveva l’abitudine di uscire; egli andava a prendere il caffè al circolo dei Phocèens, o a leggere il Sémaphore: quel giorno non uscì, risalì nel suo gabinetto. Quanto a Coclite, sembrava completamente ebete. Durante una parte del giorno erasi trattenuto in cortile, assiso sur una pietra, la testa nuda, esposto ad un sole di 30 gradi.
Emmanuele cercava di tranquillare le donne, ma non aveva sufficiente eloquenza. Il giovine era troppo al corrente degli affari per non conoscere che una grande catastrofe era imminente sulla famiglia Morrel. Venne la notte; le due donne vegliarono nella speranza che Morrel discendendo dal gabinetto sarebbe passato da loro; ma lo intesero passare dalla loro porta, camminando sulla punta dei piedi, per timore forse di essere chiamato: tesero le orecchie, e udirono che entrò in camera sua, e si chiuse a molla per di dentro.
La sig.ª Morrel mandò sua figlia a dormire; quindi, mezz’ora dopo che Giulia si era ritirata, si alzò, si tolse le scarpe, entrò nel corridoio affine di vedere dalla serratura ciò che faceva suo marito; s’accorse allora d’un’ombra che si ritirava. Era Giulia che, inquieta anch’essa, aveva preceduto sua madre. La giovinetta le andò incontro dicendole: — Egli scrive. — Le due donne avevano avuto lo stesso pensiero senza esserselo comunicato. La sig.ª Morrel si abbassò al buco della serratura. Infatto Morrel scriveva: ma ciò che non vide la figlia, lo notò la madre; Morrel scriveva sopra carta bollata. Le venne tosto la terribile idea che facesse il suo testamento; rabbrividì e non ebbe forza di dire una parola.
La dimane Morrel sembrava perfettamente tranquillo; si fermò allo scrittoio come d’ordinario, discese a far colazione, solo, dopo pranzo, fe’ sedere sua figlia a sè vicino, strinse la testa della giovinetta col suo braccio, e la tenne lungamente contro il petto. La sera, Giulia disse a sua madre che per quanto in apparenza sembrasse tranquillo, ella aveva notato che il cuore di suo padre batteva violentemente. Nello stesso modo passarono gli altri due giorni. Il 4 settembre verso sera, Morrel chiese a sua figlia la chiave del suo gabinetto. Giulia rabbrividì a questa domanda che gli sembrò di cattivo augurio. Perchè dunque suo padre domandavagli questa chiave che ella aveva sempre avuto, e che non erale mai stata tolta, meno nell’infanzia in quei giorni in cui volevasi castigare? La giovinetta guardò Morrel: — E che ho fatto io di male, padre mio, diss’ella, perchè mi riprendiate questa chiave?
— Niente, figlia mia, rispose lo sventurato Morrel a cui questa semplice domanda fece sgorgare le lagrime dagli occhi, nulla; solo ne ho bisogno. — Giulia finse di cercare la chiave. — L’avrò lasciata in camera mia, diss’ella. — Uscì, ma invece di andare nella sua camera discese a consigliarsi con Emmanuele. — Non restituite la chiave a vostro padre, disse questi, e domattina, se è possibile, non lo lasciate solo un momento. — Ella cercò invano di interrogare Emmanuele, ma questi non sapeva altro, o non volle dire di più.
Durante tutta la notte del 4 al 5 settembre la sig.ª Morrel restò coll’orecchio contro la bussola, fino a tre ore del mattino, intese suo marito camminare con agitazione nella camera; solo dopo le tre si gettò sul letto. Le due donne passarono insieme il resto della notte. Fino dalla sera antecedente aspettavano Massimiliano. Alle otto Morrel entrò nella loro camera: egli era tranquillo, ma gli si leggeva sul viso pallido e smunto l’agitazione della notte. Le donne non osarono di chiedergli se aveva riposato bene. Morrel fu più affabile con sua moglie, più tenero con sua figlia di quel che nol fosse mai stato, egli non si stancava di guardare ad abbracciare la povera ragazza. Giulia si ricordò la raccomandazione di Emmanuele, e volle accompagnare il padre quando uscì, ma questi la respinse con dolcezza, dicendole:
— Resta con tua madre; — Giulia volle insistere. — Io lo voglio, disse Morrel — Era la prima volta che Morrel diceva a sua figlia: «io lo voglio!!!» Ma egli lo disse con tale accento di paterna dolcezza, che Giulia non osò di fare un passo più avanti. Ella rimase allo stesso posto, ritta, muta ed immobile. Pochi momenti dopo la porta si aprì, ed ella sentì due braccia che la circondavano ed un bacio che le veniva impresso sulla fronte. Alzò gli occhi, e mandò un’esclamazione di gioia. — Massimiliano! fratello mio! gridò ella.