— Bah! riprese egli, io ho traversata la Sicilia, e la Calabria, ho navigato due mesi nell’Arcipelago, e non ho giammai veduto l’ombra di un bandito o di un pirata.

— Non ho detto ciò a V. E., disse Gaetano, per farle rinunciare al suo disegno; ella mi ha interrogato, ed io le ho risposto.

— Sì, mio caro Gaetano la vostra conversazione è attraente; e siccome voglio goderne il più lungamente possibile, così andiamo a Monte-Cristo. — Frattanto si accostavano rapidamente al termine del loro viaggio, il vento era favorevole, e la barca faceva sei miglia l’ora. A seconda che si accostavano, l’isola sembrava sorgere gigantesca dal seno del mare, e traverso l’atmosfera limpida degli ultimi raggi del giorno, si distinguevano, come le palle ammonticchiate in un arsenale, gli scogli messi a piramide l’un sopra l’altro, e negli interstizi dei quali si vedevano rosseggiare le macchie, e verdeggiare gli alberi. In quanto ai marinari, quantunque sembrassero perfettamente tranquilli, era però evidente che la loro vigilanza stava all’erta, e che i loro sguardi investigavano il vasto specchio su cui scorrevano, e l’orizzonte del quale era soltanto popolato da qualche barca pescareccia le cui vele bianche si libravano, come allodole, sulla cima dei flutti. Essi ormai erano distanti soltanto una quindicina di miglia da Monte-Cristo quando il sole declinava dietro la Corsica, di cui le montagne comparivano a destra delineando sul cielo il loro irregolare profilo, e mostrando ancora illuminata l’estremità di quella massa di pietre, che pari al gigante Adamastor, s’innalzavano davanti la barca. Poco per volta l’ombra salì dal mare, e sembrò scacciare dinanzi a sè gli ultimi riflessi del giorno che stava per finire; poi il raggio luminoso fu spinto fino alla cima del cono, ove si fermò un momento, come il pennacchio infiammato di un vulcano; finalmente l’ombra sempre crescente invase progressivamente la sommità come aveva invaso la base, e l’isola non apparve più che una montagna grigia che andava sempre più oscurandosi: mezz’ora dopo era notte perfetta.

Fortunatamente che i marinari erano nei loro abitual paraggi, e che conoscevano fin l’ultimo degli scogli dell’arcipelago toscano; poichè in mezzo all’oscurità profonda nella quale era involta la barca, Franz non sarebbe stato del tutto senza inquietudine. La Corsica era intieramente disparsa, e l’isola di Monte-Cristo era anch’essa divenuta invisibile; ma i marinari sembravano avere a guisa di lince la facoltà di veder fra le tenebre, e il pilota che regolava il timone non mostrava il più piccolo dubbio. Era passata circa un’ora dopo il tramonto del sole quando Franz credè scorgere ad un quarto di miglio a sinistra una massa nera, ma era tanto impossibile di distinguere ciò che fosse, che temendo di promuovere la giovialità dei marinari equivocando una nube con la terra ferma, si rimase zitto. D’improvviso apparve una gran luce; la terra poteva bene assomigliarsi ad una nube, ma quel fuoco non poteva credersi una meteora.

— Che cosa è quella luce? domandò Franz.

— Zitto! disse Gaetano, è un fuoco.

— Ma voi diceste che l’isola è disabitata?

— Dissi che non aveva una popolazione fissa, ma dissi pure che questo luogo era una fermata dei contrabbandieri.

— E dei pirati?

— E dei pirati, continuò Gaetano ripetendo le parole di Franz; ed è perciò che ho dato ordine di passare avanti, poichè, come vedete, ora il fuoco è dietro a noi.