— Non lo so.
— L’avete voi mai veduto? — Qualche volta.
— Che uomo è? — V. E. ne giudicherà da sè stessa.
— E dove mi riceverà? — Senza dubbio nel palazzo sotterraneo di cui vi ha parlato Gaetano.
— E non avete mai avuto la curiosità, quando siete venuto a fermarvi qui ed avete trovata l’isola deserta, di cercare a penetrare in questo palazzo incantato?
— Oh! davvero, eccellenza, e più d’una volta ancora, ma le nostre ricerche sono sempre riuscite inutili. Noi abbiamo cercata la grotta in tutte le parti, e non abbiamo ritrovato il più piccolo passaggio. Si dice però che la porta non si apra con una chiave ma con una parola magica.
— Andiamo pur innanzi, mormorò Franz, eccomi capitato in uno dei racconti delle Mille e una Notte.
— S. E. vi aspetta, disse una voce dietro a lui, che egli riconobbe per quella della sentinella.
Il nuovo arrivato era accompagnato da due altri uomini dell’equipaggio del yacht. Per tutta risposta Franz si cavò di tasca il fazzoletto e lo presentò a colui che aveva parlato. Senza dire una parola furongli bendati gli occhi con tanta cautela che indicava il timore che commettesse qualche indiscretezza; dopo di ciò gli fu fatto giurare che non avrebbe tentato in nessun modo di togliersi la benda prima che fosse invitato a farlo. Egli giurò. Allora i due uomini lo presero ciascuno per un braccio e camminò guidato da essi e preceduto dalla sentinella. Dopo una trentina di passi sentì dal calore della brace e dall’odore sempre più appetitoso del capretto che egli ripassava davanti al bivacco, quindi vennegli fatta continuare la strada per un altri 50 passi, inoltrandosi evidentemente verso la parte ove la sentinella non aveva permesso a Gaetano di penetrare, proibizione che ora veniva spiegata. Ben presto un cangiamento di atmosfera avvertì Franz che entrava in un sotterraneo. Dopo alcuni secondi di cammino intese aprirsi una porta, e gli sembrò che l’atmosfera cangiasse di natura, diventasse tiepida e profumata, e s’accorse allora che i piedi posavano sopra un tappeto fitto e morbido; in quel momento le guide lo abbandonarono. Fecesi un breve silenzio, ed una voce disse in buon francese, quantunque con un accento straniero:
— Signore, voi siete il benvenuto in mia casa, e potete togliervi la benda. — Come si crederà facilmente, Franz non si fece ripetere l’invito due volte, si levò il fazzoletto, e si ritrovò dirimpetto ad un uomo dai 38 ai 40 anni che portava il costume tunisino, vale a dire una callotta rossa con una lunga nappa di seta turchina, una veste di panno nero tutta ricamata d’oro, pantaloni color sangue di bue larghi e gonfi, le ghette dello stesso colore orlate d’oro come la veste, e le pianelle gialle, una magnifica sciarpa di cachemir, cingevagli la vita al di sopra dei fianchi, e un piccolo cangiarro acuto e ricurvo passava dentro alla cintura. Quantunque di un pallore quasi livido quest’uomo aveva una fisonomia mollo bella, gli occhi erano vivi e penetranti, il naso dritto e quasi a livello della fronte indicava il tipo greco in tutta la sua purezza, e i denti bianchi come perle spiccavano mirabilmente sotto i baffi neri che li circondavano. Soltanto questo pallore era strano, sarebbesi detto un uomo rinchiuso da lungo tempo in una tomba e che non avesse potuto riprendere l’incarnato dei vivi. Senz’essere di grande persona, egli del resto era ben fatto, e come gli uomini del mezzogiorno, aveva le mani e i piedi piccoli, ma ciò che meravigliò Franz, che aveva trattato di visionario Gaetano, fu la sontuosità degli arredi.