Tutta la camera era parata di stoffa turca di color cremisi tessuta a fiori d’oro. In un voto eravi una specie di divano sormontato da un trofeo di armi arabe coi foderi di argento dorato e tempestate di pietre risplendenti; dal soffitto pendeva una lampada di cristallo di Venezia e di un color grazioso e i piedi posavano sopra un tappeto turco; erano magnifiche le portiere poste alla porta per la quale entrò Franz, e davanti un’altra che metteva in una seconda camera che sembrava splendidamente illuminata. L’ospite lasciò Franz per alcuni momenti in balia della sua sorpresa, e questi furono da lui impiegati a rendere esame per esame, non avendo lasciato un momento dall’investigarlo da capo a piedi. — Signore, diss’egli finalmente, vi chiedo perdono delle cautele che sono costretto a prendere con quelli che vengono qui introdotti; ma siccome la maggior parte dell’anno quest’isola è deserta, se il segreto di questa dimora fosse conosciuto, al mio ritorno senza dubbio troverei questo mio recinto in cattivo stato, cosa che mi dispiacerebbe immensamente, non per la perdita che ciò mi causerebbe, ma perchè non avrei più la certezza di potermi separare dal resto della terra quando me ne vien la volontà. Frattanto cercherò di farvi dimenticare questo piccolo disturbo coll’offrirvi ciò che voi non avreste certamente creduto di ritrovar mai in quest’isola, una cena passabile ed un letto abbastanza buono.
— In fede mia, mio caro ospite, rispose Franz, non vedo il perchè dobbiate fare scuse: ho sempre veduto che si bendano gli occhi alle persone che entrano nei palazzi incantati; vedete Raoul negli Ugonotti, e veramente non posso lamentarmi perchè ciò che mi mostrate fa seguito alle meraviglie delle Mille e una Notte.
— Ah! io potrei dirvi come Lucullo, se avessi saputo di avere l’onore di una vostra visita, mi vi sarei preparato. Ma infine metto a vostra disposizione il mio eremitaggio tale quale si è; e vi offro la mia cena, per quanto sia poca cosa. Alì, è all’ordine?
Nel medesimo punto la portiera si sollevò, e un moro della Nubia, nero come l’ebano, e vestito di una semplice tonaca bianca, fece segno al padrone che poteva passare nella camera da pranzo.
— Ora, disse lo sconosciuto a Franz, io non so se siate del mio avviso, ma trovo che non vi è niente di più incomodo quanto di restare due o tre ore in due, senza sapere con qual nome o con qual titolo chiamarsi. Io rispetto troppo, notate bene, le leggi della ospitalità per non domandarvi nè il nome nè il titolo; vi prego soltanto di indicarmi una frase con la quale possa indirizzarvi la parola. In quanto a me, per levarvi ogni incomodo, vi dirò che hanno l’abitudine di chiamarmi Sindbad il marinaro.
— Ed io, rispose Franz, vi dirò, che siccome non mi manca altro, per essere nella situazione di Aladino, che la famosa lampada meravigliosa, così non trovo alcuna difficoltà che pel momento mi chiamiate Aladino. Per questo non andremo fuori d’Oriente, ove son tentato di credere di essere stato trasportato dalla potenza di qualche buon genio.
— Ebbene! signor Aladino, disse lo strano Anfitrione, avete inteso che tutto è all’ordine? abbiate dunque il disturbo di passare nella camera da pranzo, il vostro umilissimo servitore andrà innanzi per indicarvi il cammino. — A queste parole venne sollevata la portiera, e Sindbad passò effettivamente avanti a Franz.
Franz passava da incanto in incanto: la tavola era splendidamente apparecchiata. Una volta convinto di questo punto importante girò lo sguardo intorno a sè. La sala da pranzo non era meno splendida dell’altra, essa era tutta in marmo con bassorilievi antichi del maggior prezzo, e ai quattro angoli di questa sala alquanto bislunga stavano quattro statue con in capo dei cestelli contenenti delle piramidi di frutta magnifiche; vi erano degli ananassi di Sicilia, delle mele granate di Malaga, dei portogalli dell’isole Baleari, delle pesche di Francia e dei datteri di Tunisi. La cena poi si componeva di un fagiano arrostito circondato di merli di Corsica, di un cosciotto di cinghiale colla gelatina, di un quarto di capretto alla tartara, e di una gigantesca ragusta; gl’intervalli tra i piatti erano riempiti da piattini che contenevano principi di tavola. I piatti erano d’argento, i piattini di porcellana del Giappone. Franz si strofinò gli occhi per assicurarsi bene che non travedeva. Alì solo era impiegato a fare il servizio e se ne disimpegnava molto bene. Il convitato ne fece complimento al suo ospite.
— Sì, rispose questi facendo gli onori della cena con molta disinvoltura, sì, questo povero diavolo mi è molto affezionato, e fa il meglio che può. Egli si ricorda che gli ho salvata la vita, e siccome amava molto la vita, a quanto pare, mi professa della riconoscenza per avergliela conservata. — Alì, quantunque non intendesse una parola di francese, accorgendosi dagli sguardi di Sindbad che parlavasi di lui, si avvicinò alla tavola prese la mano del padrone, e la baciò.
— Sarei troppo indiscreto, signor Sindbad, se vi chiedessi in quale combinazione faceste un così bell’atto?