— Oh! mio Dio! è una cosa ben semplice. Sembra che il furbo avesse ronzato vicino al serraglio del Bey di Tunisi, più di quel che fosse conveniente ad uno del suo colore, dimodochè venne condannato dal Bey ad avere la lingua, la mano, e la testa tagliate; la lingua il primo giorno, la mano il secondo e la testa il terzo. Io aveva sempre desiderato di avere un muto al mio servizio; aspettai che gli fosse tagliata la lingua, e andai a proporre al Bey di darmelo in cambio di un magnifico fucile a due canne che il giorno prima erami sembrato avesse ridestato i desideri di S. A. Egli stette per un momento in forse, tanto gli premeva di finirla con questo povero diavolo. Ma io aggiunsi subito al fucile un coltello da caccia inglese col quale avevo rotto l’Yatagan di S. A. dimodochè il Bey risolvette a fargli grazia della mano e della testa; alla condizione però che non avrebbe mai più messo il piede a Tunisi. La raccomandazione era inutile. Quando il miscredente vede le coste d’Affrica, per quanto siano lontane, corre a salvarsi nel fondo del bastimento, e non si può farlo uscire di là che quando si è fuori delle viste della terza parte del mondo.

Franz restò un poco muto e pensieroso cercando ciò che doveva pensare della crudele bonarietà colla quale il suo ospite gli aveva fatto questo racconto.

— E voi passate la vostra vita, diss’egli cercando di cambiare la conversazione, viaggiando come il degno marinaro di cui avete preso il nome?

— Sì, è un voto che feci in tempi nei quali non credeva di poterlo compiere, disse lo sconosciuto sorridendo; ne ho fatti pure alcuni altri in questo modo, e spero ben presto poterli compiere.

Quantunque Sindbad avesse pronunziate queste parole colla più grande pacatezza, pure i suoi occhi avevano lanciato uno sguardo di selvaggia ferocia.

— Voi avete molto sofferto, signore? diss’egli.

Sindbad fremè e lo guardò fissamente.

— Da che lo arguite? diss’egli.

— Da tutto, riprese Franz: dalla vostra voce, dal vostro sguardo e dalla vita stessa che conducete.

— Io! conduco la vita più felice che si conosca, una vera vita da Pascià: mi piace un luogo, vi resto; me ne annoio, parto, sono libero come l’uccello, ho le ali come quello. Le genti che mi circondano mi obbediscono; a quando a quando mi diverto ad inceppare la giustizia umana o togliendole un bandito che cerca, o un reo che perseguita. Poi ho la mia giustizia tutta propria, giustizia alta e bassa senza dilazione e senza appello, che condanna, o assolve ed alla quale nessuno ha niente da rivedere. Ah! se aveste gustata la mia vita, non ne vorreste altra, e non rientrereste giammai nel mondo ammenochè non vi aveste da compiere un qualche gran disegno.