— V’era una volta... — Ebbene! avanti adunque.
Pastrini si volse dalla parte di Franz sembrandogli il più ragionevole dei due giovani. Bisogna rendere giustizia al brav’uomo: egli aveva alloggiati molti francesi, ma non aveva mai ben capite alcune parti di ciò che essi chiamano il loro spirito.
— Eccellenza, diss’egli con gravità, indirizzandosi come si disse a Franz, se mi credete un racconta-storie è inutile che vi dica ciò che volevo dirvi: posso però assicurarvi che lo facevo per la premura che ho per le loro eccellenze.
— Alberto non vi ha detto che voi siate un racconta-storie, mio caro Pastrini, vi ha detto soltanto che non vi crederà. Ma io vi crederò, state tranquillo: parlate dunque.
— Però convenite, eccellenza, che se si mette in dubbio la sincerità delle mie parole...
— Mio caro, voi siete più suscettibile di Cassandra, che pure era una indovina, e alla quale nessuno credeva; mentre che voi siete sicuro di essere creduto almeno dalla metà del vostro uditorio. Sedetevi, diteci chi è questo sig. Vampa.
— Ve lo dissi, eccellenza, è uno di quei banditi di cui non abbiamo mai avuto l’uguale dall’epoca di Mastrilli.
— Ebbene! che rapporto ha questo bandito coll’ordine che ho dato al cocchiere di partire da porta del Popolo, e di rientrare per porta S. Giovanni?
— V’è, rispose Pastrini, che potreste uscir dall’una, ma dubiterei che potreste entrare dall’altra.
— E perchè? domandò Franz.