— Perchè quando è venuta la notte, non si è sempre in sicurezza in queste vicinanze.

— Parola d’onore? gridò Alberto.

Pastrini sempre punto nel fondo dell’anima pei dubbi emessi da Alberto sulla sua veracità, rispose: — Sig. conte, ciò che dico non è per voi, è pel vostro compagno di viaggio che conosce Roma, e sa benissimo che su questi argomenti non si scherza.

— Mio caro, disse Alberto volgendosi a Franz, ecco ritrovata un’ammirabile avventura: empiamo il nostro calesse di pistole, di tromboni, e di fucili a due canne, Luigi Vampa viene per arrestarci, e noi invece arrestiamo lui: lo portiamo a Roma, ne facciamo un omaggio al senato Romano: se il senatore domanda che può fare per dimostrarci la sua riconoscenza, reclamiamo puramente e semplicemente una carrozza e due cavalli delle scuderie del senatore: e gli ultimi tre giorni godiamo del carnevale in carrozza, senza calcolare che il popolo romano riconoscente potrebbe incoronarci in Campidoglio, e proclamarci, come Curzio e Orazio Coclite, i salvatori della patria.

Non è possibile poter descrivere i diversi atteggiamenti del viso di Pastrini, durante questo discorso.

— In primo luogo, domandò Franz ad Alberto, dove prenderete queste pistole, questi tromboni, e questi fucili a due canne, coi quali volete riempire la vostra carrozza?

— Il fatto sta, che certamente non potrei prenderli nel mio arsenale, diss’egli, perchè a Terracina mi è stato tolto perfino il mio coltello a pugnale; e a voi? — Mi hanno fatto altrettanto ad Acquapendente. — Così, mio caro Pastrini, disse Alberto accendendo un secondo sigaro al residuo del primo, sapete che questa è una misura comodissima per i banditi? — S. E. sa che non c’è l’uso di difendersi quando si viene aggrediti dai banditi, rispose Pastrini che non voleva mettersi a cimento con osservazioni sulle leggi che vi sono ai confini. — Come! gridò Alberto, il cui coraggio si rivoltava all’idea di lasciarsi svaligiare senza dir niente; come! non c’è l’uso? — No, perchè qualunque difesa sarebbe inutile; che volete fare contro una dozzina di assassini che escono da un fosso, da un antro o da un acquedotto, e vi mettono nello stesso tempo le armi alla faccia!

— Ah! per bacco! voglio farmi ammazzare! gridò Alberto. — L’albergatore si volse verso Franz con una espressione che voleva dire: davvero eccellenza, il vostro camerata è pazzo.

— Mio caro Alberto, soggiunse Franz, la vostra risposta è sublime, e merita il dovea morir! del vecchio Cornelio; soltanto, quando Orazio rispondeva questo, si trattava della salute di Roma, e la cosa era abbastanza importante; ma in quanto a noi non si tratterebbe che di un capriccio, e sarebbe ridicolo l’arrischiare la propria vita per soddisfare un tal capriccio.

— Ah! per bacco! gridò Pastrini, alla buon’ora, questo si chiama parlare! — Alberto si versò un bicchiere di lacrima-christi, che bevve a sorsate, frammettendovi un brontolio di parole confuse che nessuno potè intendere. — Ebbene Pastrini, riprese Franz, ora che il mio compagno si è calmato, e che voi avete potuto apprezzare le mie disposizioni pacifiche, sentiamo: chi è questo sig. Luigi Vampa? è giovine o vecchio? è contadino o patrizio? descrivetecelo affinchè se lo avessimo per caso da incontrare nelle società, come Giovanni Sbogar, o Lara, lo possiamo almeno riconoscere.