«— E voi allora prendete questo pugnale, disse il pastore, non ne ritroverete uno la cui impugnatura sia meglio intagliata, da Albano a Civita-Castellana. — Lo accetto disse il viaggiatore, ma allora sono io che ti resto obbligato, perchè il pugnale vale molto più di due zecchini.

«— Per un mercante può essere, ma non per me che l’ho intagliato io stesso, e mi costa appena uno scudo.

«— Come ti chiami tu? domandò il viaggiatore.

«— Luigi Vampa, rispose il pastore collo stesso tuono come se avesse risposto: Alessandro re di Macedonia; e voi?

«— Io, disse il viaggiatore, mi chiamo Sindbad il marinaro.»

Franz d’Épinay mise un grido di sorpresa.

— Sindbad il marinaro! diss’egli.

— Sì, rispose il narratore, è il nome che il viaggiatore disse a Vampa essere il suo.

— Ebbene! che avete voi da dire in contrario a questo nome? interruppe Alberto; questo è un bellissimo nome e le avventure di chi lo portava mi hanno divertito assaissimo nella mia prima gioventù. — Franz non insistè. Il nome di Sindbad il marinaro, come si capirà bene, aveva risvegliato in lui una quantità di ricordi, non diversamente da quello che aveva fatto la sera innanzi il nome di conte di Monte-Cristo: — Continuate, disse all’albergatore.

«Vampa mise sdegnosamente i due zecchini in saccoccia e riprese lentamente il cammino pel quale era venuto. Giunto a due o trecento passi della grotta gli parve di sentire un grido. Si fermò ascoltando da qual parte venisse questo grido. Dopo un secondo, intese pronunziare distintamente il suo nome; la voce veniva dalla parte della grotta.