In questo momento batterono le nove, la porta s’aprì, e il cocchiere comparve. — Eccellenza, diss’egli, la carrozza è alla porta. — Ebbene! disse Franz, andiamo al Colosseo.

— Per la porta del Popolo, eccellenza, o per le strade interne? — Per le strade interne, per bacco! per le strade interne, gridò Franz. — Ah! mio caro, disse Alberto, alzandosi ed accendendo il suo terzo sigaro, in verità io vi credeva più coraggioso.

Dopo queste parole i due giovani discesero le scale e salirono in carrozza.

XXXIV. — LE APPARIZIONI.

Franz aveva ritrovata una via di mezzo, perchè Alberto potesse giungere al Colosseo senza passare davanti ad alcuna rovina antica, e per conseguenza senza che alcuna preparazione graduata togliesse neppure un cubito alle gigantesche proporzioni del Colosseo. Questa fu di passare per la via Sabina, voltare ad angolo retto davanti a S. Maria Maggiore e giungere per la via Urbana e S. Pietro in Vincoli alla via del Colosseo. D’altra parte questo itinerario offriva ancora un altro vantaggio, quello di non distrarre con altre impressioni Franz da quella prodotta in lui dalla storia raccontata dal Pastrini, e nella quale vi si trovava mischiato il suo anfitrione di Monte-Cristo. Perciò erasi appoggiato col gomito nell’angolo, ed era ricaduto in quelle mille interrogazioni che infinite volte aveva di già fatte a sè stesso, e nelle quali mai era riuscito a darsi una risposta soddisfacente. Un’altra cosa avevagli ancora fatto risovvenire il suo amico Sindbad il marinaro, e questa era la relazione tra i banditi ed i marinari. Ciò che aveva detto Pastrini sul rifugio che Vampa ritrovava nelle barche dei pescatori e dei contrabbandieri, ricordava a Franz quei due banditi corsi ch’egli aveva ritrovato cenare insieme all’equipaggio del piccolo yacht, che deviando a bella posta dal suo cammino aveva approdato a Porto-Vecchio col solo scopo di metterli a terra. Il nome che il suo ospite davasi di conte di Monte-Cristo, pronunciato dall’albergatore della locanda di Londra, gli provava che colui sosteneva la stessa parte filantropica sulle coste di Piombino, di Civitavecchia, d’Ostia e di Gaeta, come su quelle di Corsica, di Toscana, di Spagna, non meno che su quelle di Tunisi e di Palermo. Era una prova che egli abbracciava un circolo di relazioni molto esteso.

Ma per quanto queste riflessioni fossero presenti sullo spirito del giovine, esse svanirono quando cominciò a farsi scorgere davanti a sè il tetro e gigantesco spettro del Colosseo fra le aperture del quale la luna faceva passare quei lunghi e pallidi raggi, che sembra cadano dagli occhi dei fantasmi. La carrozza si fermò a qualche passo dalla Fontana denominata Meta Sudans. Il cocchiere aprì la portiera, i due giovani saltarono a terra, e si trovarono in faccia ad un cicerone che sembrava uscito di sotto terra. Quello dell’albergo pure li aveva seguiti, e così ne ebbero due. Del resto però è impossibile di potere evitare a Roma questo lusso di guide; oltre il cicerone generale che s’impadronisce di voi dal momento che mettete il piede sulla porta di un albergo o di una locanda, e che non vi abbandona che il giorno in cui mettete piede fuor della città, vi è pure un cicerone addetto a ciascun monumento; si giudichi dunque se si può restar privi di cicerone al Colosseo, vale a dire al monumento per eccellenza, che faceva dire a Marziale: «Che Memfi cessi di vantare i barbari miracoli delle sue piramidi, che cessino di essere vantate le meraviglie di Babilonia; tutto deve annichilirsi davanti l’opera immensa dell’anfiteatro dei Cesari, e tutte le voci della celebrità devono riunirsi per lodare questo monumento.»

Franz ed Alberto non tentarono nemmeno di sottrarsi alla tirannide ciceroniana, molto più poi sarebbe stato difficile al Colosseo, perchè ivi le sole guide hanno il diritto di percorrere i diversi punti praticabili del monumento, colle torcie accese. Non fecero dunque alcuna resistenza, e si abbandonarono anima e corpo ai loro conduttori. Franz conosceva di già questa passeggiata per averla fatta dieci altre volte; ma siccome il suo compagno, più novizio, metteva per la prima volta il piede nell’anfiteatro di Flavio Vespasiano, debbo confessarlo a sua lode, non ostante il cicaleggiare ignorante delle guide, egli era commosso da vive impressioni. In fatto non è possibile, senza vederlo, formarsi un’idea della maestà di una simile rovina, le cui proporzioni sono eziandio tutte raddoppiate dalla misteriosa chiarezza di quella luna meridionale, i raggi della quale sembrano i crepuscoli d’occidente.

Il pensatore Franz, appena fatti cento passi sotto i portici interni, lasciò Alberto alle guide, che non volevano rinunciare ai diritti loro particolari, la fossa dei Leoni, le stanze dei Gladiatori, il Palco dei Cesari, e salì per una scala mezzo rovinata, facendo loro continuare il metodico giro, si assise all’ombra di una colonna, dirimpetto ad una curva che gli permetteva di potere abbracciare collo sguardo il gigante di marmo in tutta la sua estensione. Franz era là da circa un quarto d’ora, nascosto dall’ombra della colonna, ed occupato a guardare Alberto che, accompagnato da coloro che gli portavano le torce, usciva in quel momento da un romitorio, posto all’altra estremità del Colosseo, simili ad ombre che seguano un fuoco fatuo; discendevano di scalino in scalino verso il luogo che era riservato alle vestali, allorchè gli sembrò udire il rumore di una pietra, che si staccasse e cadesse dalla scala ch’egli pure aveva ascesa per portarsi al luogo che occupava. Certo che non è cosa rara il sentir cadere una pietra che sotto i piedi del tempio si stacca e va a rotolare nell’abisso: ma questa volta gli sembrò fosse il piede di un uomo sotto il quale si staccava, e che il rumore dei passi giungesse fino a lui, sebbene chi li causava facesse tutto per renderli impercettibili. Di fatto, dopo un momento, comparve un uomo, uscendo gradatamente dall’ombra a seconda che saliva la scala, la cui apertura, posta dirimpetto a Franz era illuminata dalla luna, ma i gradini si perdevano nell’oscurità a seconda che si discendeva.

Questi poteva essere un viaggiatore come lui, che preferiva una meditazione solitaria al ciarlare insignificante delle guide, e per conseguenza la sua comparsa nulla aveva di sorprendente: ma all’esitazione colla quale salì gli ultimi scalini, al modo con cui, giunto sul piano, si fermò e parve mettersi in ascolto, era evidente, essere egli venuto là con qualcuno. Per un movimento istintivo Franz si nascose quanto più potè dietro la colonna. A dieci passi dal luogo ove si trovavano entrambi, la volta era diroccata, e, da una apertura rotonda come quella di un pozzo, lasciava vedere il cielo tutto brillante di stelle. Attorno a questa che forse da qualche secolo dava passaggio ai raggi della luna, vegetavano dei cespugli il cui verde spiccava con vigore sul pallido azzurro del firmamento, mentre che grandi frasche, e mazzi di ellera pendevano da questa terrazza superiore, e ondulavano sotto la volta a guisa di corde fluttuanti. Il personaggio che aveva attirata l’attenzione di Franz era posto in una mezza ombra che non gli permetteva di distinguerne i tratti, ma che però non era abbastanza oscura per impedirgli di conoscerne i particolari del vestito. Egli era avvolto in un gran mantello scuro, un lembo del quale, gettato sulla spalla sinistra, gli copriva la parte inferiore del viso, mentre che un cappello a larghe tese copriva la parte superiore. L’estremità sola del vestito era illuminata dai raggi obbliqui della luna che passavano dall’apertura, e che permettevano di distinguere i calzoni neri, che elegantemente finivano sur un paio di stivali di pelle lucida. Quest’uomo apparteneva evidentemente se non alla aristocratica, almeno alla buona società.

Erano già trascorsi alcuni minuti da che egli trovavasi là, e già cominciava a dare qualche segno d’impazienza, allorchè fecesi sentire un piccolo rumore nella terra soprapposta. Nel medesimo punto un’ombra intercettò la luce; un uomo apparve all’orlo dell’apertura, gettò uno sguardo penetrante nelle tenebre, e scoperse l’uomo dal mantello: tosto sorreggendosi ad un pugno di quelle frasche e di quei rami d’ellera ondulante, si lasciò scivolare, e, giunto a tre o quattro piedi dal suolo, saltò leggermente a terra. Questi era interamente vestito da Trasteverino. — Scusatemi eccellenza, se vi ho fatto aspettare, disse in dialetto romano; però non sono in ritardo che di pochi minuti; le dieci sono sonate or ora a S. Giovanni in Laterano.