— No, egualmente. — Ma sarà facile procurarsi un carretto? — Forse. — E un paio di bovi? — È probabile.

— Ebbene! mio caro, ecco ciò che ci conviene. Io faccio ornare il carretto, ci mascheriamo da mietitori napoletani, e rappresentiamo al naturale il magnifico quadro di Leopoldo Robert. Se per una maggiore rassomiglianza la contessa volesse vestirsi alla foggia delle donne di Pozzuoli o di Sorrento, compirebbe la mascherata, ed ella è tanto bella che verrebbe presa per l’originale del quadro.

— Perbacco! gridò Franz, questa volta avete ragione, ecco un’idea veramente felice.

— E tutta nazionale, rinnovata dai re dei poltroni, mio caro. Ah! signori romani voi credete che si voglia andare a piedi come lazzaroni, e ciò perchè avete penuria di carrozze e di cavalli, ebbene! ne inventeremo.

— E avete voi già partecipato a qualcuno questa trionfante invenzione? — Al nostro albergatore. Quando sono ritornato, l’ho fatto salire, e gli ho esposti i miei desideri; egli mi ha assicurato che non vi è nulla di più facile. Io voleva far dorare le corna dei bovi, ma egli mi ha detto che ciò richiederebbe almeno tre giorni: bisognerà dunque che passiamo sopra a questa superfluità. — E dove è egli? — Chi?

— Il nostro albergatore.

— In cerca del necessario, domani forse sarebbe tardi.

— Di maniera che ci darà la risposta questa stessa sera?

— Io l’aspetto. — A queste parole la porta si aprì, e Pastrini avanzò la testa: — È permesso? diss’egli.

— Certamente, gridò Franz. — Ebbene! disse Alberto, avete rinvenuto il carretto ricercato ed i bovi domandati?