— Dico che sono precisamente le finestre del palazzo Ruspoli che mi hanno fatto risolvere ad accettare, rispose Franz.
Infatto quest’offerta dei due posti ad una finestra del palazzo Ruspoli aveva ricordato a Franz la conversazione intesa alle rovine del Colosseo, fra lo sconosciuto ed il Trasteverino, conversazione nella quale l’uomo dal mantello scuro si era impegnato di ottenere la grazia del condannato. Or se questi era, come tutto lo faceva credere a Franz, il medesimo che gli era apparso al teatro Argentina, egli lo riconoscerebbe senza dubbio, ed allora non avrebbe più alcun ostacolo a soddisfare la sua curiosità sul conto di lui.
Franz passò buona parte della notte nel pensare alle due apparizioni, e nel desiderare la dimane. Infatto, la dimane tutto doveva schiarirsi, e a meno che il suo ospite di Monte-Cristo non possedesse l’anello di Gyges, e mercè questo la facoltà di rendersi invisibile, era evidente che questa volta non gli sfuggirebbe. Si svegliò prima delle otto.
In quanto ad Alberto, siccome non aveva gli stessi motivi di Franz per essere mattinante, dormiva ancora tranquillamente. Franz fece chiamare l’albergatore, che si presentò coi soliti ossequi. — Pastrini, gli disse egli, non vi deve essere oggi una esecuzione?
— Sì: eccellenza; ma se lo domandate per avere una finestra è troppo tardi.
— No, rispose Franz, d’altra parte se volessi assolutamente vedere questo spettacolo, credo che ritroverei un posto sul monte Pincio.
— Oh! io presumeva che V. E. non volesse mettersi con tutta quella canaglia di cui il Pincio è in qualche modo l’anfiteatro naturale.
— È probabile che non vi andrò, disse Franz; ma desidererei qualche particolarità. — Quale?
— Vorrei sapere il numero dei condannati, i loro nomi, e il genere del loro supplizio.
— Non poteva cadere più in acconcio, eccellenza; precisamente in questo momento mi hanno portato le tavolette.