— Come si chiama? — Il barone Franz d’Épinay.

— È precisamente V. E. quegli cui è diretta questa lettera.

— Vi abbisogna risposta? domandò Franz nel prendere la lettera dalle sue mani. — Sì, o almeno il vostro amico lo spera. — Allora salite da me che ve la darò.

— Sarà meglio che l’aspetti qui, disse ridendo il messaggiero.

— E perchè? — V. E. lo capirà meglio quando avrà letta la lettera. — Allora vi tornerò a ritrovare qui?

— Senza dubbio.

Franz entrò e per le scale s’imbattè in Pastrini.

— Ebbene? gli domandò questi.

— Ebbene! che? rispose Franz.

— Avete veduto l’uomo che desiderava parlarvi per parte del vostro amico? — Sì, l’ho veduto, rispose Franz, e mi ha consegnata questa lettera. Vi prego di fare accendere un lume nella mia camera. — L’albergatore dette ordine ad un domestico di precedere Franz col lume. Il giovine aveva osservata un’aria spaventata sul viso di Pastrini, il che non aveva fatto che raddoppiargli la curiosità di leggere la lettera d’Alberto: si accostò al candeliere, tosto che fu accesa la candela, e spiegò il foglio. La lettera era scritta e firmata dalla mano d’Alberto. Franz la lesse due volte, tanto era lontano dal figurarsi il contenuto. Eccola riportata letteralmente.