— Sì, eccellenza, è entrato or ora. — Avrà avuto tempo d’andare a letto? — Non credo. — Allora suonate alla sua porta, ve ne prego, e domandate in mio nome il permesso di potermi presentare a lui. — Pastrini si affrettò ad eseguire la commissione; cinque minuti dopo rientrò:
— Il conte aspetta V. E., diss’egli. — Franz traversò il pianerottolo; un domestico lo introdusse dal conte. Egli era in un piccolo gabinetto che Franz non aveva per anche veduto, tutto circondato da un divano: il conte gli venne incontro: — Oh! qual buon vento vi conduce da me in quest’ora? gli disse; venite forse a chiedermi da cena? Per bacco! sarebbe davvero una bella gentilezza per parte vostra.
— No, vengo a parlarvi di un affare di gran momento.
— Di un affare! disse il conte, fissandolo con quello sguardo scrutatore che gli era proprio; e di quale affare?
— Siamo soli? — Il conte andò alla porta, poi ritornò.
— Assolutamente soli, diss’egli.
Franz gli presentò la lettera d’Alberto: — Leggete, gli disse.
Il conte lesse la lettera. — Ah! ah! fece egli.
— Avete veduto il post-scriptum? — Sì, lo vedo bene.
«Se alle sei di mattina i quattro mila scudi non sono nelle mie mani, alle sette il conte Alberto avrà cessato di vivere.