— Perdono, sig. conte, gli disse, ma io era così lontano dall’aspettarmi l’onore di una vostra visita, che non vi aveva riconosciuto.
— Sembra che voi abbiate poca memoria su tutte le cose, Vampa, disse il conte, e che non solo vi scordiate della fisonomia delle persone, ma ancora delle condizioni fatte con esse.
— E quali condizioni ho io mai potuto dimenticare, sig. conte? domandò il bandito come farebbe un uomo, che se ha commesso un fallo non desidera che di ripararlo.
— Non è stato fra noi convenuto, disse il conte, che vi sarebbe stata sacra non solo la mia persona, ma ben anche quella di tutti i miei amici?
— E in che ho mancato al trattato, eccellenza?
— Questa sera avete rapito e trasportato qui il visconte Alberto de Morcerf: ebbene, continuò il conte con un accento che fece rabbrividire Franz, questo giovine è uno de’ miei amici, egli abita nello stesso albergo ove sto io, per otto giorni è stato al Corso nella mia carrozza, e frattanto, ve lo ripeto, lo avete rapito, lo avete trasportato qui, e, aggiunse il conte cavando di saccoccia la lettera, gli avete imposto un riscatto come fosse stato un primo arrivato.
— E perchè voi altri non mi avete avvisato di tutto questo? disse il capo volgendosi ai suoi uomini, che indietreggiavan tutti ad un suo sguardo; perchè mi avete esposto in tal guisa a mancare alla mia parola con un uomo come il signor conte che tiene tutte le nostre vite nelle sue mani? Per...! Se potessi credere che uno di voi sapeva che il giovine era amico di S. E., gli brucerei le cervella colle mie proprie mani.
— Ebbene! disse il conte volgendosi a Franz, non vi aveva detto che qui sotto doveva esservi un qualche equivoco?
— Come! non siete solo? domandò Vampa con inquietezza.
— Sono con colui cui era diretta questa lettera, ed al quale ho voluto provare, che Luigi Vampa era un uomo di parola. Avanzatevi, eccellenza, disse egli a Franz, ecco qui il signor Luigi Vampa, che vi dirà esser dolente dello sbaglio commesso.