Franz si avanzò, ed il capo dei banditi gli andò incontro di qualche passo: — Siate il ben venuto in mezzo a noi, eccellenza, gli diss’egli; voi avete inteso ciò che ha detto il signor conte, e ciò che gli ho risposto; aggiungerò che non vorrei, per i quattro mila scudi che aveva fissato di riscatto, che ciò fosse accaduto.
— Ma, disse Franz guardando con inquietudine a sè d’intorno, e dov’è il prigioniero? non lo vedo...
— Spero bene che non gli sarà accaduto cosa alcuna? domandò il conte aggrottando il sopracciglio.
— Il prigioniero è là, disse Vampa mostrando colla mano il luogo oscuro avanti al quale passeggiava il bandito in fazione, e vado io stesso ad annunziargli esser libero.
Il capo si avanzò verso il luogo, da lui indicato come prigione d’Alberto; il conte e Franz lo seguirono.
— Che fa il prigioniero? domandò Vampa alla sentinella.
— Sulla mia parola, rispose questi, l’ignoro: da più di un’ora non l’ho inteso muovere.
— Venite, eccellenza, disse Vampa.
Il conte e Franz salirono sette o otto scalini sempre preceduti dal capo, che tirò un catenaccio e spinse avanti una porta. Allora, al chiarore di una lampada simile a quella che illuminava il Colombario, si potè vedere Alberto, avvolto in un mantello che gli aveva prestato un bandito, steso in un angolo, dormire del sonno più profondo.
— Andiamo, disse il conte con quel sorriso che gli era particolare: non c’è male per un uomo che doveva essere fucilato domattina alle sette.