Nella casa strada Helder in cui Alberto de Morcerf aveva dato in Roma convegno al conte di Monte-Cristo, tutto veniva preparato nel mattino del 21 maggio, per fare onore alla parola data dal giovine. Alberto abitava un padiglione posto sull’angolo di un gran cortile rimpetto ad un altro stabile deputato ai comuni. Due sole finestre di questo padiglione guardavano sulla strada, delle altre tre davano sul cortile, e due sul giardino. Fra questo cortile ed il giardino, s’ergeva sebbene fabbricata con cattivo gusto d’architettura imperiale, l’abitazione elegante e vasta del conte e della contessa de Morcerf. Su tutta la larghezza del fabbricato girava un muro, che metteva sulla strada, ad intervalli guernito da sovrapposti vasi di fiori, e diviso nel mezzo da un gran cancello a lance dorate, che serviva per le entrate di parata: una piccola porta, addossata all’abitazione del portinaro dava passaggio ai padroni e servitori quando entravano o uscivano a piedi. Nella scelta del padiglione destinato per abitazione d’Alberto si scorgeva la delicata previdenza di una madre, che non volendo dividersi dal figlio, aveva però capito che un giovine dell’età d’Alberto aveva bisogno di tutta la sua libertà. Dall’altra parte dobbiamo convenirne, si scorgeva pure l’intelligente egoismo del giovine, perduto in questa vita libera ed oziosa, propria dei figli di famiglia, al quale veniva, come all’uccello, dorata la sua gabbia. Da queste due finestre che guardavano sulla strada, Alberto poteva fare le sue esplorazioni all’esterno: vista tanto necessaria ai giovani che vogliono vedere passare innanzi ai loro occhi il proprio orizzonte, fosse pur quello della strada; fatta la sua esplorazione, se gli sembrava meritare un esame più profondo, Alberto poteva, per darsi alle proprie ricerche, uscir da una piccola porta che era dirimpetto all’altra di cui abbiamo parlato presso all’abitazione del portinaro, e che merita una particolare menzione.

Era una piccola porta, che sarebbesi detto dimenticata da tutti dal momento che fu fabbricata la casa, e sarebbesi creduta condannata a rimaner sempre chiusa, tanto sembrava meschina e polverosa, ma i catenacci e i gangheri erano talmente bene unti, che indicavano l’uso continuo e misterioso. Questa piccola porta segreta faceva concorrenza colle altre due, e si burlava del portinaro, di cui sfuggiva alla vigilanza ed alla responsabilità, aprendosi come la famosa porta della caverna delle Mille e una notte, a guisa del Sesamo incantato di Alì-Babà, per mezzo di qualche parola cabalistica, o di qualche segno convenuto pronunciato dalla più dolce voce, od eseguito dalla più bella mano del mondo.

Alla fine di un corridoio vasto e silenzioso, col quale comunicava e che formava anticamera, s’apriva a destra la sala da pranzo d’Alberto, che guardava il cortile, ed a sinistra la sua piccola camera da ricevere che guardava il giardino. Cespugli, e piante parassite si aprivano a ventaglio davanti alle finestre, e nascondevano al cortile ed al giardino l’interno di queste camere, le sole al piano terreno, che potevano essere esposte agli sguardi degl’importuni. Al primo piano queste due camere si ripetevano, aumentate da una terza che corrispondeva alla sottoposta anticamera: erano la camera da letto, quella da ricevere, ed un gabinetto.

La sala del piano terreno era una specie di divano algerino destinato ai fumatori. Il gabinetto del primo piano metteva nella camera da letto, e per una porta invisibile aveva comunicazione colle scale. Si ponga mente alle cautele.

Al di sopra di questo primo piano spaziava un vasto studio, ingrandito coll’atterrare i muri di divisione, pandemonio che disputava l’artista al damerino. Là erano rifugiati ed affastellati tutti i successivi capricci d’Alberto: i corni da caccia, i bassi, i flauti, un’orchestra completa, poichè per un momento ebbe non il gusto ma la fantasia della musica. I cavalletti, i tavolozzi, i pastelli, poichè alla fantasia della musica era succeduta la fatuità della pittura: finalmente i fioretti, i guanti da pugillatore, gli squadroni, e i bastoni d’ogni genere, poichè, seguendo il costume dei giovani alla moda, Alberto coltivava, con maggiore perseveranza di quel che non aveva fatto la musica e la pittura, le tre arti che formano il compimento dell’educazione da Lions, vale a dire la scherma, i pugni, ed il bastone, ed in questa camera destinata agli esercizi corporali, riceveva successivamente, Grisier, Cooks, e Carlo Lacour. Il rimanente della mobilia di questa sala privilegiata, si componeva di vecchi forzieri dei tempi di Francesco I, ripieni di porcellane della China, di vasi del Giappone, di terraglie di Luca della Robbia e di piatti di Bernardo di Palissy; di antichi seggioloni, ove forse erasi assiso Enrico IV o Sully, Luigi XIII o Richelieu, poichè due di essi ornati di uno scudo intagliato, ove sopra un campo azzurro brillavano i tre gigli di Francia sormontati dalla corona reale, uscivano visibilmente dal guardaroba del Louvre, o per lo meno da qualche castello reale. Sur essi erano gettate alla rinfusa ricche stoffe a vivi colori, tinte al sole della Persia o ricamate dalle dita delle donne di Calcutta o di Chandernayor. Ciò che si stessero a far là queste stoffe non si sarebbe potuto dire; aspettavano, ricreando gli occhi, un destino sconosciuto anche al loro stesso proprietario, e mentre aspettavano, rischiaravano l’appartamento coi loro riflessi dorati. Nel posto più apparente sorgeva un piano forte, fabbricato da Roller e Blanchet di legno di rosa, della forma delle nostre sale di Lilliputiens, racchiudendo ciò non pertanto un’orchestra nella sua stretta e sonora capacità, e sopraccaricato dai capi d’opera di Beethoven, di Weber, di Mozart, d’Haydn, di Crètry, e di Porpora.

Quindi, lungo tutti i muri, sopra le porte, nel soffitto, erano disposte spade, pugnali, stocchi, mazze dorate, e complete armature, damascate, incrostate; arborari, massi di minerali, uccelli imbottiti di crini, che tenevano le ali aperte ad un volo immobile, colle penne color di fuoco, col becco che non chiudono mai. Non occorre dire, che questa era la stanza di predilezione di Alberto. Però, il giorno del convegno, il giovine in abito di mezza gala aveva fissato il suo quartier generale nel salotto del pian terreno. Ivi, sur una tavola, circondata da un divano largo e morbido, tutti i tabacchi sconosciuti, dal giallo di Pietroburgo fino al nero del Sinai passando per il porto-ricco, e il latakiè, erano racchiusi in vasi di terraglia smaltata che sono l’adorazione degli olandesi. Vicini ad essi, in cassette di legni odorosi, erano schierati per ordine di grandezza, e di qualità i sigari puros, regalia, avana ecc.; finalmente in un armadio aperto una collezione di pipe di Germania, di Turchia, coi bocchini d’ambra, ornate di corallo, e di fregi incrostati d’oro, con lunghe canne di marrocchino ripiegate a guisa di serpenti, aspettavano il capriccio o la simpatia dei fumatori. Alberto aveva presieduto da sè stesso all’ordinamento, o piuttosto a quel disordine simmetrico che, dopo il caffè i convitati di una colazione alla moderna amano di osservare per mezzo al fumo che loro sfugge di bocca dirigendosi al soffitto in lunghe e capricciose spirali.

Alle 10 meno un quarto entrò un cameriere, che unitamente ad un groom di 15 anni, il quale parlava soltanto l’inglese, e rispondeva al nome di John, erano i soli domestici di Alberto. Ben inteso ch’egli poteva disporre del cuoco di casa nei giorni ordinari, e negli straordinari il cacciatore del conte era a sua disposizione. Questo cameriere, che si chiamava Germano e che godeva tutta la confidenza del giovine padrone, teneva in mano un pacco di giornali che depose sul tavolo, ed alcune lettere che consegnò ad Alberto, il quale vi gettò sopra uno sguardo indifferente, ne scelse due con minuti caratteri, e con sopraccarta profumata, le dissigillò, e le lesse con qualche attenzione.

— Come sono arrivate queste lettere? domandò egli.

— Una è venuta per la posta, l’altra l’ha portata il cameriere della sig.ª Danglars.

— Fate dire alla sig.ª Danglars che accetto il posto che mi offre nel suo palco... aspettate, in giornata passerete da Rosa; le direte che andrò, come m’invita a cenare da lei uscendo dall’Opera, e le porterete sei bottiglie di vino assortito di Cipro, di Xeres, di Malaga ed un barile di ostriche d’Ostenda... prendete le ostriche da Borel, e raccomandategli che sono per me.