— Ma avrete mangiato in carrozza? chiese Morcerf.

— No, ho dormito, come mi succede quando mi annoio senza avere il coraggio di distrarmi, o quando ho fame senza aver volontà di mangiare.

— Ma dunque, comandate al sonno? domandò Morrel.

— Presso a poco. — Avete voi una ricetta per questo?

— Infallibile. — Ecco ciò che sarebbe eccellente per noi Affricani, che non abbiamo sempre che mangiare, e che difficilmente abbiamo di che bere, disse Morrel.

— Sì, disse il conte, disgraziatamente la mia ricetta, buona per un uomo come me, che conduco una vita di eccezione, sarebbe molto pericolosa applicata ad un esercito che non si sveglierebbe più, quando se ne avesse bisogno.

— Si può sapere che è questa ricetta? chiese Debray.

— Oh! mio Dio! sì, disse il conte, non ne faccio alcun segreto; è un mischio di eccellente oppio che io stesso sono stato a cercare a Canton per esser certo d’averlo puro, e del miglior hatchis che si raccolga in Oriente, cioè fra il Tigri e l’Eufrate. Si riuniscono questi due ingredienti in porzioni eguali, e se ne formano delle specie di pillole che s’inghiottiscono quando uno ne ha bisogno. L’effetto si produce dieci minuti dopo. Domandatene al barone Franz d’Épinay, che credo un giorno ne abbia gustato.

— Sì, rispose Morcerf, me ne ha detto qualche parola, ed anzi ne ha conservato grata memoria.

— Ma, disse Beauchamp, che nella sua qualità di giornalista era molto incredulo, porterete sempre questa droga con voi?