XL. — LA PRESENTAZIONE.
Quando Alberto si trovò da solo a solo con Monte-Cristo:
— Sig. conte, gli disse, permettetemi di dar principio al mio ufficio di cicerone col darvi la descrizione dell’appartamento di uno scapolo. Abituato ai palazzi d’Italia, non sarà piccolo studio per voi il calcolare in quanti piedi quadrati può vivere un giovine che passa per non essere male alloggiato. Passando noi da una camera all’altra apriremo le finestre, perchè possiate respirare.
Monte-Cristo conosceva già il salotto, e la camera da pranzo del piano terreno. Alberto lo condusse da prima nel suo studio, ciascuno si ricorderà che questa era la stanza di predilezione d’Alberto.
Monte-Cristo era un valente conoscitore di tutte le cose che Alberto aveva ammassate in questa stanza; antichi scrigni, porcellane del Giappone, stoffe d’Oriente, specchi di Venezia, armi di tutti i paesi del mondo, ogni cosa gli era famigliare, e al primo colpo d’occhio riconosceva il secolo, il paese, l’origine. Morcerf erasi creduto di dover tutto spiegare, ed al contrario egli faceva sotto la direzione del conte un corso completo di archeologia, mineralogia, e storia naturale. Discesero quindi al primo piano. Alberto introdusse il suo ospite nella camera di ricevimento, tappezzata di capi d’opera dei moderni pittori. V’erano paesaggi di Dupré dai lunghi canneti, dagli alberi slanciati, dalle vacche che pascolavano sotto un cielo maraviglioso; cavalieri arabi di Delacroix coi lunghi burnous bianchi, coi cinti brillantati, colle armi damaschine, i cavalli de’ quali mordevansi con rabbia, mentre che gli uomini si laceravano colla mazza di ferro; v’erano acquarelli di Boulanger, che rappresentavano tutti Nostra-donna di Parigi con quel vigore che rende il pittore emulo del poeta; quadri di Diaz che fa i fiori più belli dei fiori, il sole più brillante del sole; disegni di Dechamp tanto coloriti quanto quelli di Salvator Rosa, ma più poetici; quadri a pastello di Giraud e di Müller che rappresentavano fanciulli colle teste da angeli, e le donne colle sembianze di vergini; abbozzi tolti dall’album di Dauzats nel suo viaggio in Oriente, fatti colla matita in pochi secondi stando o sulla sella di un cammello, o sulla cupola di una moschea; finalmente tutto ciò che l’arte moderna può dare in cambio ed in compenso dell’arte perduta e svanita coi secoli passati.
Alberto supponeva di potere almeno questa volta mostrare qualche cosa di nuovo al suo strano viaggiatore; ma con sua grande sorpresa, questi, senza aver bisogno di guardare le sottoscrizioni, di cui alcune erano segnate soltanto colle iniziali, a ciascun’opera assegnava il nome dell’autore, e in modo tale che era facile accorgersi che, non solo gli erano noti i nomi di questi autori, ma che le loro opere erano state studiate ed apprezzate giustamente da lui.
Da questa camera si passò a quella da dormire. Questa era un modello di eleganza ad un tempo e di gusto severo: là non v’era che un sol ritratto; ma segnato col nome di Leopoldo Robert, risplendente in una cornice d’oro massiccio.
Questo quadro attirò subito l’attenzione del conte, perchè fece tosto tre passi rapidi ed andò a fermarsi davanti ad esso. Era quello di una donna giovane da 25 a 26 anni, con colorito bianco, sguardo acuto, velato sotto una palpebra languente; essa portava il costume pittoresco delle pescatrici catalane colla giubba rossa e nera, e gli spilli faccettati nei capelli guardava il mare, e l’elegante profilo si staccava sopra il doppio azzurro delle onde e del cielo.
La luce della camera era oscura, senza di che Alberto sarebbesi accorto del pallore livido che si era sparso sulle guance del conte, ed avrebbe scoperto il fremito convulso che gli sfiorò le spalle ed il petto.
Vi fu un momento di silenzio, nel quale Monte-Cristo restò fisso coll’occhio sulla pittura.