— Voi avete qui una bella amica, visconte, disse Monte-Cristo con una voce perfettamente tranquilla; e questo costume, certamente costume di ballo, le sta a meraviglia.
— Ah! signore, ecco uno sbaglio ch’io non vi perdonerei, se vicino a questo ritratto voi ne aveste veduto qualche altro. Voi non conoscete mia madre, signore; è lei che vedete in questo quadro; essa si fece ritrattare così saranno sette o 8 anni. Questo costume è di fantasia, a quanto pare, e la rassomiglianza è tanto grande, che mi pare sempre di vedere mia madre tale quale era nel 1830. La contessa fece fare questo ritratto in assenza del conte. Senza dubbio credeva di preparargli una dolce sorpresa pel ritorno; ma, cosa bizzarra, questo ritratto dispiacque a mio padre; ed il merito della pittura, che come vedete è una delle più belle opere di Leopoldo Robert, non potè vincerla sulla sua antipatia. È vero, sia detto fra noi, mio caro sig. conte, che mio padre è uno dei pari più assidui al Lussemburgo, un generale rinomato per la teoria, ma è un conoscitore di arti dei più mediocri; non è lo stesso però di mia madre, che dipinge in modo notevole, e che, stimando troppo questo lavoro per separarsene del tutto, l’ha regalato a me, perchè qui fosse meno esposto a dispiacere al sig. Morcerf, di cui vi farò vedere a suo tempo il ritratto dipinto da Gros. Perdonatemi se vi parlo in tal guisa di cose intime di famiglia; ma siccome avrò l’onore di presentarvi fra momenti al conte, vi dico tutto ciò, perchè non vi avesse a sfuggire qualche elogio di questo quadro in sua presenza. Del rimanente però, ha una trista influenza; è difficile che mia madre venga in camera mia senza fermarsi a contemplarlo, e più difficile ancora che lo contempli senza piangere. La nube che portò questa pittura in famiglia, è del resto la sola che sia insorta fra il conte e la contessa, che, sebbene maritati da più di 20 anni, sono uniti come se fosse il primo giorno.
Monte-Cristo vibrò una rapida occhiata sur Alberto, come per cercare un fine nascosto alle sue parole, ma apparve evidente che il giovine le aveva pronunciate con tutta semplicità.
— Ora, disse Alberto, avete veduto tutte le mie ricchezze, sig. conte, permettetemi di offrirvele, per quanto sieno indegne di voi; consideratevi come in casa vostra, e per mettervi ancora a maggior comodo vostro, abbiate la bontà di accompagnarmi dal sig. de Morcerf, al quale scrissi da Roma il servigio che mi avete reso, e cui ho annunziata la visita che mi avevate promessa, e, posso assicurarvene, il conte e la contessa aspettano con impazienza che loro sia permesso di ringraziarvene; siete un poco singolare in tutte le cose, lo so, sig. conte, e forse le scene di famiglia non hanno molta azione su Sindbad il marinaro: avete vedute tante scene! Frattanto però accettate ciò che vi propongo come iniziativa alla vita parigina, vita di cortesie, di visite e di presentazioni.
Monte-Cristo s’inchinò senza rispondere: egli accettò la proposta senza entusiasmo e senza rincrescimento, come una di quelle convenienze sociali, di cui ciascun uomo, come si deve, si fa un dovere. Alberto chiamò il cameriere, e gli ordinò d’andare a prevenire il sig. e la sig.ª de Morcerf del prossimo arrivo del conte di Monte-Cristo.
Alberto lo seguì col conte. Giungendo nell’anticamera del conte, vedevasi, al di sopra della porta che metteva nel salotto, uno scudo, che dai ricchi fregi che lo circondavano, e dall’armonia cogli arredi della stanza, scorgevasi in quanto conto fosse tenuto.
Monte-Cristo si fermò davanti a questo blasone e lo esaminò con attenzione. — Sette merli d’oro a stormo, in campo azzurro. Questa senza dubbio è l’arme della vostra famiglia, domandò egli. Facendo astrazione dai pezzi del blasone che mi permettono di decifrarla, sono molto ignorante in materia araldica; io conte per caso, fatto in Toscana per aver fondata una commenda di Santo-Stefano, e che mi sarei contentato d’essere semplicemente un gran signore, se non mi fosse più volte ripetuto, che per uno che viaggia molto, un titolo è cosa necessaria. E di fatto il portare un’arme allo sportello della carrozza è cosa molto utile, non foss’altro che per non essere visitati dai doganieri. Scusatemi dunque se vi ho fatta questa domanda.
— Essa non è punto indiscreta, disse Morcerf colla semplicità della convinzione, e avete colto nel vero: queste sono le nostre armi, vale a dire, quelle del capo della famiglia, di mio padre; ma esse, come vedete, sono inquartate con un altro scudo, che è composto di gole con torri d’argento e che proviene dal capo della famiglia di mia madre. Dal lato di donna io sono spagnuolo, ma la famiglia Morcerf è francese, a quanto ho inteso dire, è ancora una delle più antiche del mezzodì della Francia.
— Sì, rispose Monte-Cristo, è quello che viene indicato dai merli. Quasi tutti i pellegrini armati che tentarono o fecero la conquista della terra santa, presero per loro armi, o croci, simbolo della missione alla quale si erano astretti con voto, o uccelli di passaggio, simbolo del lungo viaggio che imprendevano, e supponendo ancora che non fosse che a tempo di S. Luigi; ciò nonostante vi fa risalire al XIII secolo, il che è ancora bello.
— Ciò è possibile, disse Morcerf; in un angolo del gabinetto di mio padre vi è un albero genealogico che ci dirà questo, sul quale in altri tempi io aveva scritto dei commentari, che avrebbero edificato d’Hozier e Jaucourt. Ora non ci penso più, e ciò non ostante vi dirò, sig. conte, e questo rientra nelle mie attribuzioni di cicerone, che già cominciano di nuovo ad occuparsi di queste cose, sotto il nostro governo popolare.