— E come chiamavasi? domandò il conte di Monte-Cristo che sembrava cominciare a prendere qualche interessamento al racconto di Bertuccio.

— Si chiamava Gaspero Caderousse, egli era ammogliato con una donna del villaggio di Carconte, che non conoscevamo per altro nome, che per quello del suo villaggio; una povera donna colpita dalle febbri maremmane, che si moriva di languidezza. In quanto all’uomo egli era gagliardo e robusto dai 40 ai 50 anni, che più d’una volta, in difficili congiunture aveva date prove di prontezza d’animo e di coraggio.

— E dicevate, domandò Monte-Cristo, che tali cose accadevano verso l’anno?... — 1829, signor conte. — In qual mese? — Nel mese di giugno. — Al principio o alla fine?

— Precisamente la sera del 3. — Ah! fece Monte-Cristo, il 3 giugno 1829... va bene, continuate.

— Era dunque a Caderousse, che io contava di domandare un asilo; ma secondo il solito anche nelle congiunture ordinarie non entravamo da lui per la porta che dava sulla strada, e risolvetti di non derogare alle abitudini, scavalcai la siepe del giardino, camminai carpone fra gli ulivi, e i fichi selvatici, e pervenni, nel dubbio che Caderousse potesse aver qualche viaggiatore nell’albergo, ad un soppalco nel quale avevo più di una volta passata la notte tanto bene, quanto nel miglior letto. Questo soppalco non era diviso dalla sala comune del piano terreno dell’albergo che da un tramezzo di assi, nel quale eransi praticate delle fenditure a bella posta, perchè di là potessimo spiare il momento opportuno di far conoscere che eravamo nelle vicinanze. Io voleva vedere se Caderousse era solo, fargli il segno del mio arrivo, terminare con lui il pasto interrotto dall’apparizione dei doganieri; indi profittare dell’uragano che preparavasi per raggiungere le rive del Rodano, ed assicurarmi di ciò ch’era accaduto alla barca ed a quelli che v’erano dentro. Mi calai dunque nel soppalco, e fu fortuna, perchè quasi nello stesso punto Caderousse entrava in casa sua con uno sconosciuto. Mi tenni cheto, ed aspettai, non già colla mira di scoprire i segreti dell’albergatore, ma perchè non poteva fare altrimenti; e d’altra parte la stessa cosa era già accaduta dieci altre volte. L’uomo che accompagnava Caderousse era evidentemente forestiero al Mezzogiorno della Francia: era uno di quei mercanti da fiera che vengono a vendere i loro gioielli alla fiera di Beaucaire, e che in un mese che questa dura, fanno affari per 50 ed anche per cento mila fr. Caderousse entrò vivacemente, e pel primo, indi vedendo la sala vuota secondo il solito, e soltanto guardata dal cane, chiamò la moglie:

— Ehi! Carconta, diss’egli: quel degno uomo del prete non ci ha ingannati, il diamante è buono — Fecesi sentire un’esclamazione di gioia, e quasi subito la scala scricchiolò sotto un passo appesantito dalla debolezza e dalla malattia. — Che dici? domandò la donna più pallida di un morto. — Dico che il diamante è buono, ed ecco qui il signore, che è uno dei primi gioiellieri di Parigi, disposto a darci 50 mila fr., sol che gli proviamo esser veramente nostro; egli vuole che tu gli racconti, come gli ho già raccontato io, in qual modo miracoloso il diamante è caduto nelle nostre mani. Frattanto, signore, sedetevi, se vi piace, e siccome la stagione è calda, vado a cercare con che rinfrescarvi.

«Il gioielliere esaminò con visibile attenzione l’interno dell’albergo, e la miseria manifesta di coloro che stavano per vendergli un diamante che sembrava uscito dallo scrigno di un re. — Raccontate, signora, diss’egli, volendo senza dubbio profittare dell’assenza del marito, perchè non vi fosse alcun segno per parte di costui, e per vedere se i due racconti corrispondevano bene uno coll’altro. — Eh! mio Dio, disse la donna con volubilità, è una benedizione del cielo che eravamo ben lungi dall’aspettarci. Immaginatevi, caro signore, che mio marito era unito in amicizia, fin dal 1814 o 1815 con un marinaro chiamato Edmondo Dantès. Questo povero giovine non aveva dimenticato Caderousse, che lo aveva obbliato del tutto, e gli ha lasciato morendo il diamante che avete veduto. — Ma in qual modo n’era egli divenuto possessore? domandò il gioielliere. Egli lo aveva dunque prima d’entrare in prigione? — No, signore, ma in prigione ha fatto la conoscenza, a quanto pare, di un inglese ricchissimo; e siccome il suo compagno di camera fu malato, e Dantès lo trattò come se fosse stato un fratello, così, l’inglese uscendo dal carcere lasciò al povero Dantès, che meno fortunato di lui è morto in prigione, questo diamante ch’egli a sua volta ci ha lasciato in legato a noi morendo, e che il degno abate ci ha rimesso questa mattina. — È in realtà lo stesso racconto, mormorò il gioielliere, e, in fin dei conti, la storia può essere vera, per quanto comparisca inverosimile a primo aspetto. Non vi è dunque che il prezzo sul quale non siamo ancora d’accordo. — Come! non siamo d’accordo! disse Caderousse; io credeva che aveste acconsentito al prezzo che ve ne ho domandato. — Cioè, rispose il gioielliere, al prezzo di 40 mila fr. che vi ho offerti. — 40 mila fr., gridò la Carconta; non lo venderemo certamente per questo prezzo. L’abate ci ha detto che ne vale 50 mila, senza calcolare la legatura. — E come si chiamava quest’abate, domandò l’istancabile interrogatore. — L’abate Busoni, rispose la donna. — È dunque uno straniero? — Credo che sia un Italiano delle vicinanze di Mantova. — Mostratemi questo diamante, riprese il gioielliere, che lo riveda una seconda volta; spesso si giudicano male le pietre a prima vista. — Caderousse cavò di saccoccia un piccolo astuccio di marrocchino nero, l’aprì e lo passò al gioielliere.

«Alla vista di questo diamante grosso quanto una piccola nocciuola, me lo ricordo come se lo vedessi ancora, gli occhi della Carconta sfavillarono di cupidigia.

— E che pensavate di tutto ciò, signor ascoltatore alle porte? domandò Monte-Cristo, aggiustavate fede a questa bella favola?

— Sì, eccellenza, non riteneva Caderousse per un uomo cattivo, e lo credeva incapace di aver commesso un delitto, e fors’anche un furto.