— E chi vi ha detto questo? — Le spiegazioni che voi mi chiedete, e che si rassomigliano molto all’esitazione.

Danglars si morse le labbra; era la seconda volta che veniva abbattuto da quest’uomo, e questa volta sopra un terreno ch’era il suo. La sua compitezza mordace non era che apparente e toccava quell’estremo che si accosta alla impertinenza. Monte-Cristo al contrario sorrideva colla buona grazia del mondo, e quando voleva, possedeva una cert’aria ingenua che gli dava molti vantaggi.

— Finalmente, signore, disse Danglars dopo un momento di silenzio, cercherò di farmi intendere, pregandovi di fissare voi stesso la somma che contate riscuotere da me.

— Ma, signore, rispose Monte-Cristo, risoluto a non perdere un pollice di terreno nella discussione, se ho chiesto un credito illimitato su voi, fu precisamente perchè non sapeva di qual somma poteva aver io bisogno. — Il banchiere credè che finalmente fosse giunto il momento da prendere il sopravvento; si rovesciò sul suo seggio, e con un grossolano ed orgoglioso sorriso: — Ah! signore non abbiate alcun timore nel desiderare, potrete convincervi che le cifre della casa Danglars, per quanto siano limitate, possono soddisfare alle più grandi esigenze, e potreste anche chiedermi un milione.

— Sarebbe a dire? disse Monte-Cristo. — Dico un milione, disse Danglars colla sostenutezza dello stolido.

— E a che mi servirebbe un milione? disse il conte. Buon Dio! signore, se non mi fosse abbisognato che un milione, non avrei fatto aprire un credito su voi per una simile miseria. Un milione! ma ho sempre un milione nel mio portafogli, o nel mio scrigno da viaggio. — E Monte-Cristo cavò dal piccolo taccuino, entro cui teneva i biglietti da visita, due boni di 500 mila fr. l’uno, pagabili dal tesoro al portatore. Bisognava accoppare, e non pungere un uomo come Danglars. Il colpo di mazza fece il suo effetto, il banchiere vacillò, ed ebbe la vertigine, spalancò su Monte-Cristo due occhi ebeti, la cui pupilla si dilatò spaventevolmente.

— Vediamo, confessatemi, disse Monte-Cristo, che diffidate della casa Thomson e French? Mio Dio! La cosa è semplicissima. Io però ho preveduto il caso, e sebbene estraneo agli affari ho preso le mie cautele. Ecco dunque due altre lettere simili a quella che vi fu scritta; una è della casa Arstein e Eskeles di Vienna sopra il sig. barone Rothschild, l’altra è della casa Baring di Londra sul sig. Laffitte. Dite una parola, signore, ed io vi toglierò qualunque preoccupazione, presentandomi all’una o all’altra di queste due case. — Era finita: Danglars fu vinto; egli aprì con un visibile tremore la lettera d’Alemagna e quella di Londra che gli venivano presentate sulla punta delle dita dal conte, verificò l’autenticità delle firme, tanto minuziosamente, che sarebbe stato un insulto per Monte-Cristo, se non avesse fatta la parte della confusione del banchiere.

— Oh! signore, ecco tre firme che valgono bene dei milioni, disse Danglars alzandosi come per salutare la potenza dell’oro personificata nell’uomo che aveva davanti. Tre crediti illimitati sulle nostre tre prime case! Perdonatemi sig. conte, ma mentre cesso di essere diffidente, mi sarà permesso d’essere meravigliato.

— Oh non sarà già una casa come la vostra, quella che si maraviglia di ciò! disse Monte-Cristo con tutta la cortesia; così adunque mi manderete qualche poco di danaro, n’è vero?

— Parlate, sig. conte, sono ai vostri ordini.