— Ebbene! ora che c’intendiamo, perchè già c’intendiamo, n’è vero?

Danglars fece un segno affermativo colla testa.

— E non avrete più diffidenza? continuò Monte-Cristo.

— Oh! non ne ho mai avuta, gridò il banchiere.

— No, desideravate una prova; ecco tutto. Ebbene! ripetè il conte, ora che c’intendiamo, ora che non avete più alcuna diffidenza, fissiamo se volete, una somma generale pel primo anno, sei milioni, per esempio.

— Sei milioni, sia! disse Danglars soffocato.

— Se mi bisognerà di più, disse Monte-Cristo con trascuranza, metteremo di più, ma non conto di restare che un anno in Francia, e non credo d’oltrepassare questa somma... però vedremo... per cominciare, fatemi portare domani 300 mila fr.: sarò in casa fino a mezzo giorno, se non vi sarò, lascerò la ricevuta al mio intendente.

— Il danaro sarà in casa vostra domattina alle dieci sig. conte, rispose Danglars. Volete oro, argento, o biglietti di banca?

— Metà oro, e metà biglietti se vi piace. — Ed il conte si alzò. — Debbo confessarvi una cosa, disse Danglars a sua volta; io credeva avere delle cognizioni esatte su tutte le belle fortune d’Europa, e ciò non pertanto la vostra, che mi sembra considerevole, mi era, ve lo confesso, del tutto sconosciuta, ella è recente?

— No, signore, rispose Monte-Cristo, al contrario è di vecchia data. Era una specie di tesoro di famiglia che era proibito di toccare, e di cui gl’interessi andando ad accumularsi hanno triplicato il capitale: l’epoca fissata dal testatore è scaduta da pochi anni soltanto, e non è che da pochi anni che io ne uso; la vostra ignoranza su questo argomento è naturale; del rimanente voi la conoscerete meglio fra qualche tempo. — Ed il conte accompagnò queste parole con uno di quei languidi sorrisi che facevano tanta paura a Franz d’Épinay.