— Coi vostri gusti, e colle vostre intenzioni, signore, spiegherete nella nostra capitale un lusso che ci schiaccerà tutti, noi altri poveri piccoli milionari; frattanto, siccome mi sembrate dilettante, mentre quando sono entrato guardavate i miei quadri, vi domando il permesso di farvi vedere la mia galleria, tutti quadri antichi, tutti quadri di maestri, garantiti come tali: io non amo i moderni.
— Avete ragione, perchè hanno in generale un gran difetto, quello cioè di non avere ancora avuto il tempo di diventare antichi.
— Poi potrò mostrarvi qualche statua di Torvaldsen, di Bartolini, di Canova, tutti artisti stranieri, come ben sapete: io non stimo gli artisti francesi.
— Voi avete diritto d’essere ingiusto con loro, signore, essi sono vostri compatriotti.
— Ma tutto questo sarà per un altro giorno quando avremo fatta miglior conoscenza: per oggi mi contenterò se però mel permettete, di presentarvi alla signora Danglars: scusate la mia premura, ma un cliente come voi, fa quasi parte della famiglia. — Monte-Cristo s’inchinò come per fargli comprendere che accettava l’onore che voleva fargli.
Danglars suonò, un lacchè, vestito con una livrea sontuosa, comparve.
— La sig.ª baronessa è in casa? domandò Danglars.
— Sì, sig. barone, rispose il lacchè. — Sola?
— No, la signora ha gente.
— Non sarà indiscrezione il presentarvi presente qualcuno; è vero, sig. conte? non siete in incognito?