— Ah! sì, disse Danglars, ho sentito dire qualche cosa di un’avventura singolare con banditi o ladri fra certe rovine! egli fu salvato miracolosamente. Credo che abbia raccontato qualche cosa di simile a mia moglie ed a mia figlia al suo ritorno dall’Italia.

— La sig.ª baronessa aspetta questi signori, ritornò a dire il lacchè.

— Vado avanti per indicarvi la strada, disse Danglars salutando.

— Ed io vi seguo, soggiunse Monte-Cristo.

XLVI. — LA PARIGLIA GRIGIO-POMELLATA.

Il barone, seguito dal conte, traversò una lunga fila d’appartamenti notevoli per la pesante loro sontuosità, ed il loro fastoso cattivo gusto, e giunse fino al gabinetto della sig.ª Danglars, piccola camera ottangolare parata di seta color rosa, ricoperta di mussola d’India; le seggiole erano di vecchio legno dorato coperte di vecchie stoffe: le sopraporte rappresentavano paesaggi del genere di Boucher: finalmente due piccoli medaglioni a pastello, in armonia col rimanente del mobilio, facevano di questa piccola camera, il solo locale della casa che avesse un qualche carattere: è vero ch’era sfuggita al piano generale stabilito fra Danglars ed il suo architetto, una delle più alte e più eminenti celebrità dell’impero, e la baronessa e Debray soli si riserbarono di decorarla. Così il signor Danglars, grande ammiratore dell’antico, al modo che lo intendeva il Direttorio, disprezzava moltissimo questo elegante piccolo ridotto, ove del resto non era ammesso senza farsi scusare la sua venuta conducendo qualcuno; non era dunque in realtà Danglars che presentava, era al contrario egli il presentato, e ch’era bene o male ricevuto, a seconda che la fisonomia del visitatore era aggradita o disaggradita dalla baronessa.

La sig.ª Danglars, la cui bellezza poteva ancora essere citata ad onta dei suoi 36 anni, era al piano-forte, piccolo capo d’opera d’intarsiatura, nel mentre che Luciano Debray, seduto ad un tavolino da lavoro, sfogliava un album. Luciano aveva già avuto il tempo prima dell’arrivo di raccontare alla baronessa molte cose relative al conte. Si conosce già quanta impressione Monte-Cristo avesse fatta nei convitati alla colazione d’Alberto; impressione, che per quanto poco impressionabile, non erasi ancor cancellata in Debray.

La curiosità della sig.ª Danglars eccitata dalle informazioni anche di Morcerf, e dalle recenti di Debray, era dunque al colmo. Perciò questo accomodamento al piano-forte, ed all’album, non era che una di quelle piccole furberie del mondo, per mezzo delle quali si velano le più forti preoccupazioni. La baronessa ricevette Danglars con un sorriso, cosa che per parte sua era molto comune; quanto al conte, egli ricevette, in cambio del suo saluto, una cerimoniosa, ma nello stesso tempo graziosa riverenza.

Luciano dal canto suo scambiò col conte un saluto di mezza conoscenza, e con Danglars un gesto d’intimità.

— Signora baronessa, disse Danglars, permettetemi che io vi presenti il sig. conte di Monte-Cristo, che mi viene indirizzato dai miei corrispondenti di Roma colle raccomandazioni più vive; non ho che una parola da dire per farlo subito diventare il favorito di tutte le nostre più belle dame; egli viene a Parigi coll’intenzione di restarvi un anno, e di spendervi sei milioni in questo solo anno; ciò promette una serie infinita di balli, di pranzi, di festini nei quali voglio sperare che il sig. conte non vorrà dimenticarci, come certamente noi non lo dimenticheremo nelle nostre piccole feste. — Quantunque la presentazione fosse composta di troppo grossolane lodi, in generale, è una cosa tanto rara che un uomo venga a Parigi per spendervi in un anno la fortuna di un principe, che la sig.ª Danglars dette una occhiata al conte non priva d’interessamento.