— E siete giunto? domandò la baronessa.
— Da ieri mattina, signora. — E venite, secondo la vostra abitudine a quanto mi è stato detto, di capo al mondo.
— Da Cadice, questa volta, puramente e semplicemente da Cadice.
— Ah! giungete in una trista stagione; Parigi nell’estate è detestabile; non vi sono più nè balli, nè riunioni, nè feste. L’opera italiana è a Londra, l’opera francese è da per tutto, fuorchè a Parigi; e in quanto al teatro francese, voi sapete che non è più in alcun luogo. Non ci resta dunque per distrarci che qualche disgraziata corsa al Campo di Marte, ed a Satory. Farete voi correre, sig. conte?
— Io, signora, farò tutto ciò che si fa a Parigi, rispose Monte-Cristo, se avrò la fortuna di ritrovare qualcuno che m’informi convenientemente delle abitudini francesi.
— Siete dilettante di cavalli, sig. conte?
— Io ho passata una parte della mia vita in Oriente, e gli orientali, voi lo sapete, non stimano che due cose in questo mondo: la nobiltà dei cavalli, e la bellezza delle donne.
— Ah! signor conte; avreste dovuto avere la galanteria di mettere le donne per le prime.
— Vedete, signora, che io aveva ben ragione testè d’augurarmi un precettore che mi fosse di guida nelle abitudini francesi. — In questo momento entrò la cameriera favorita della sig.ª baronessa Danglars, ed avvicinandosi alla padrona le mormorò alcune parole all’orecchio. La signora Danglars impallidì. — Impossibile! diss’ella. — Eppure questa è l’esatta verità, signora, rispose la cameriera.
La sig.ª Danglars si volse al marito: