La baronessa si strinse nelle spalle coll’aria del più profondo disprezzo. Danglars non fece mostra d’essersi accorto di questo gesto più che coniugale, e volgendosi a Monte-Cristo: — In verità mi dispiace di non avervi conosciuto prima, sig. conte, diss’egli; voi montate la vostra casa?
— Sì, disse il conte.
— Ve li avrei proposti; chè io li ho ceduti per niente, ma, come vi dissi, voleva disfarmene, sono cavalli da giovani.
— Signore, disse il conte, io vi ringrazio; ne ho acquistati questa mattina due molto buoni, e non a caro prezzo. Anzi, guardate, signor Debray, voi siete conoscitore, io credo? — Mentre che Debray si avvicinava alla finestra, Danglars si accostò a sua moglie. — Immaginatevi, signora, diss’egli a bassa voce, sono venuti ad offrirmi un prezzo esorbitante di quei cavalli. Non so chi sia il pazzo sulla via di rovinarsi che mi ha inviato questa mattina il suo intendente, ma il fatto è che vi ho guadagnato 16 mila fr. Non mi rimproverate, io ne darò a voi 4 mila, e due mila ad Eugenia.
La signora Danglars lasciò cadere su Danglars uno sguardo terribile. — Oh! mio Dio! gridò Debray.
— Che cos’è? domandò la baronessa.
— Ma non m’inganno certo, quelli sono i vostri cavalli, attaccati alla carrozza del conte.
— I miei grigi-pomellati? gridò la signora Danglars.
E si slanciò verso la finestra: — In fatto sono essi...
Danglars rimase stupefatto.