— Bene!... così col laccio tu fermeresti un bove?
Alì fece segno colla testa di sì.
— Una tigre? — Alì fece il medesimo segno. — Un leone?
Alì fece il gesto dell’uomo che lancia il laccio, ed imitò un ruggito strangolato. — Bene! capisco, tu hai fatta la caccia del leone. — Alì fece un segno orgoglioso colla testa.
— Ma, arresteresti tu nella loro corsa due cavalli furibondi? — Alì sorrise.
— Ebbene ascolta, disse Monte-Cristo; in breve passerà di qui una carrozza trascinata da due cavalli grigi pomellati che avranno tolta la mano, gli stessi che io aveva ieri. Dovessi tu farti schiacciare, bisogna che fermi questa carrozza davanti alla mia porta.
Alì discese nella strada, e tracciò davanti alla porta una linea nella polve; quindi rientrò e mostrò la linea al conte che lo aveva seguito cogli occhi. Il conte gli battè dolcemente sulla spalla, era il suo modo di ringraziare Alì; poi il moro andò a fumare la pipa sul luogo in cui la strada formava angolo colla casa, nel mentre che Monte-Cristo si ritirava senza più occuparsi di niente. Frattanto, verso le 3, vale a dire nell’ora in cui Monte-Cristo aspettava la carrozza, si sarebbero potuti notare in lui i segni quasi impercettibili di una leggiera impazienza; egli passeggiava in una camera che guardava sulla strada, tendendo ad intervalli l’orecchio, e andando a quando a quando alla finestra da dove scorgeva Alì, che mandava sbuffate di fumo a regolari intervalli, come se il Nubiano si fosse soltanto occupato di questa importante operazione. D’improvviso s’intese un rotolar lontano ma che si avvicinava colla rapidità del fulmine, quindi comparve una carrozza, il cui cocchiere tentava inutilmente di trattenere i cavalli che si avanzavano furiosi, coi peli irti, e che si slanciavano con impeto insensato. In essa, una giovane signora ed un fanciullo di 7 a 8 anni, che tenevansi abbracciati, avevano perduto, per l’eccesso della paura, perfino la forza di mandare un grido. Sarebbe bastato un sasso sulla strada, o un tronco d’albero staccato, per tritolare la carrozza che già scricchiolava tenendo il mezzo della strada; sentivansi nella via le grida di terrore di coloro che la vedevano venire. In un baleno Alì depone la pipa, cava il laccio, lo lancia, avvolge con triplice giro le gambe davanti del cavallo di sinistra, si lascia trascinare per tre o quattro passi dalla violenza dell’impulso, ma dopo questi tre o quattro passi, il cavallo allacciato si abbatte, cade sul timone che spezza, e paralizza così gli sforzi che fa il cavallo rimasto in piedi per continuare la corsa; il cocchiere approfitta di questo momento di respiro per gettarsi giù dal suo seggio, ma già Alì ha afferrato colle sue dita di ferro il secondo cavallo, il quale nitrendo di dolore si stende convulsivamente vicino al suo compagno.
Per tutto ciò non necessitò che il tempo che occorre ad una palla per cogliere nel segno. Ciò non pertanto bastò perchè un uomo dalla casa avanti la quale accadeva questo accidente si slanciasse fuori accompagnato da molti servitori. Nel mentre che il cocchiere apre la portiera, quegli toglie dalla carrozza la dama che con una mano era aggrappata al cuscino, coll’altra stringeva al petto il figlio svenuto. Monte-Cristo li trasporta entrambi nel salone, e li deposita sur un canapè.
— Non temete più niente, signora, le disse egli, voi siete salva. — La donna ritornò in sè e per risposta gli presentò il figlio con uno sguardo più eloquente di tutte le preghiere. In fatto il fanciullo era sempre svenuto.
— Sì, signora, capisco, disse il conte esaminando il fanciullo; ma state tranquilla, non gli è accaduto alcun male, la sola paura lo ha messo in questo stato.