— È ben necessario, signore, replicò la signora de Villefort con un vero tuono di madre.

— Egli recitava il suo Cornelius Nepos, parlando del re Mitridate, disse il conte, e voi lo avete interrotto in una citazione, che prova, che il suo precettore non ha perduto il tempo con lui, e che vostro figlio è molto avanti per la sua età.

— Il fatto è, sig. conte, riprese la madre dolcemente lusingata, ch’egli ha una grande facilità, e che impara tutto ciò che vuole; non ha che un difetto, ed è di avere troppa forza di volontà, ma a proposito di ciò ch’egli diceva, credete forse che Mitridate usasse queste cautele e che esse fossero efficaci?

— Lo credo tanto bene, signora, che io che vi parlo ne ho usato per non essere avvelenato a Napoli, a Palermo, a Livorno, vale a dire in tre occasioni nelle quali senza queste cautele vi avrei potuto lasciare la vita.

— Ed il mezzo è riuscito? — Perfettamente.

— Sì, è vero, mi ricordo che voi mi avete già detto qualche cosa di somigliante a Perugia.

— Veramente! fece il conte con una sorpresa mirabilmente simulata, io non me ne rammento.

— Io vi domandai se i veleni operavano egualmente colla stessa energia sugli uomini del Nord, che su quelli del mezzogiorno, e voi mi rispondeste, anzi che i temperamenti freddi e linfatici dei settentrionali non presentano la stessa attitudine che la ricca ed energica natura delle persone del mezzogiorno.

— È vero, disse Monte-Cristo, ho veduto dei Russi divorare senza essere incomodati sostanze vegetabili che avrebbero ucciso infallibilmente un Napoletano ed un Arabo.

— Per tal modo credete voi che il risultato sarebbe più sicuro fra noi che in Oriente, e in mezzo alle nostre nebbie ed alle nostre piogge un uomo si potrebbe più facilmente che in regioni calde, abituare a questo lento e progressivo assorbimento del veleno?