— Io non era stato prevenuto della vostra visita, n’è vero?
— Diamine, siete un uomo tanto straordinario, che non ne risponderei.
— Non poteva almeno immaginare che mi avreste invitato a pranzo?
— Oh! in quanto a ciò; è probabile.
— Ebbene! Ascoltate; Battistino, che vi ho detto questa mattina quando vi ho chiamato nel mio gabinetto di studio?
— Di far chiudere la porta del palazzo appena suonate le cinque, disse il cameriere. — E poi?
— Oh! sig. conte... disse Alberto.
— No, no voglio assolutamente tormi quella riputazione d’uomo misterioso che mi avete fatta, mio caro visconte, è troppo difficile di rappresentare sempre la parte di Manfredi. Voglio vivere in una casa di cristallo... E poi, continuate Battistino.
— E poi di non ricevere che il sig. maggiore Bartolommeo Cavalcanti e suo figlio.
— Capite, il maggiore Bartolommeo Cavalcanti; un uomo della più antica nobiltà d’Italia, e di cui Dante si è preso la pena d’essere l’Hozier; vi ricordate, o non vi ricordate, nel X canto dell’Inferno; di più, un grazioso giovine della vostra età circa, e vostro stesso titolo, e che fa il suo primo ingresso nel mondo parigino coi milioni di suo padre. Il maggiore questa sera mi conduce suo figlio Andrea, il contino, come noi diciamo in Italia; egli me lo affida; lo presenterò se ha qualche merito, voi mi aiuterete, n’è vero?