— Senza dubbio. Il maggiore Cavalcanti è dunque un vostro antico amico? chiese Alberto.
— Niente affatto: è un degno signore molto educato, modesto, e discreto, come se ne trovano una quantità in Italia fra i discendenti decaduti delle antiche famiglie. L’ho veduto più volte tanto a Bologna, che a Firenze e Lucca, e mi ha avvisato del suo arrivo. Le conoscenze di viaggio sono esigenti; ovunque reclamano quell’amicizia che loro si è dimostrata una volta per caso; come se l’uomo incivilito, che sa vivere un’ora senza curarsi di sapere con chi, non avesse sempre i suoi riservati pensieri! Questo buon maggiore ritorna a rivedere Parigi che non vide che di passaggio sotto l’impero, quando andò a gelare a Mosca. Gli darò un buon pranzo, mi lascerà suo figlio, gli prometterò di sorvegliarlo, ma gli lascerò fare tutte quelle follie che gli piacerà di fare, e saremo pari.
— A meraviglia, m’accorgo che siete un prezioso mentore. Addio dunque, ritorneremo domenica. A proposito, ho ricevuto notizie di Franz.
— Ah! davvero? disse Monte-Cristo; il soggiorno d’Italia gli piace sempre?
— Credo di sì; però vi desidera. Dice che eravate il sole di Roma, e che senza di voi vi fa buio; non so se giunge fino a dire che vi piova.
— Si è dunque ricreduto sul conto mio?
— Al contrario persiste a credervi un essere fantastico in primo grado; ecco perchè vi desidera.
— Grazioso giovinotto, disse Monte-Cristo, e pel quale ho sentito una viva simpatia fin dalla prima sera in cui lo vidi cercare una cena qualunque, ed in cui volle accettare la mia. Egli è, credo, il figlio del generale d’Épinay?
— Precisamente. — Lo stesso che fu così miserabilmente assassinato nel 1815? — Dai bonapartisti. — È vero, in fede mia io l’amo! Non vi è anche per lui qualche disegno di matrimonio? — Sì, deve sposare la figlia del sig. de Villefort. — Davvero? — Come io devo sposare quella del barone Danglars; riprese Alberto sorridendo.
— Voi ridete?