— Signora... disse il conte inchinandosi.

La sig.ª de Villefort lo salutò col più grazioso sorriso.

— Ma che cosa dunque mi racconta il sig. de Villefort? domandò Monte-Cristo, e quale disgrazia incomprensibile?...

— Incomprensibile, questa per l’appunto è la vera parola; riprese il procuratore del Re alzando le spalle, un capriccio da vecchio.

— E non vi è modo di farlo smettere dalla sua risoluzione?

— Vi sarebbe, disse la sig.ª de Villefort, e dipende anzi da mio marito, che questo testamento, invece di essere fatto a danno di Valentina, sia fatto in favore di lei.

Il conte accorgendosi che i due sposi cominciavano a parlarsi con parabole, assunse l’apparenza dell’uomo distratto, e guardò colla più profonda attenzione, e colla più manifesta approvazione Edoardo che versava dell’inchiostro nei beveratoi degli uccelli. — Mia cara, disse Villefort rispondendo a sua moglie, sapete che amo poco l’assumere il tuono patriarcale in casa mia, e che non ho mai creduto che i destini dell’universo dipendessero da un mio movimento di capo. Ciò non pertanto è necessario che le mie risoluzioni vengano rispettate in casa mia, e che la follia di un vecchio ed il capriccio di una fanciulla non rovescino un disegno stabilito nel mio spirito da molti anni. Il barone d’Épinay era mio amico, lo sapete, ed una alleanza con suo figlio era conveniente.

— Credete, disse la sig.ª de Villefort, che Valentina sia d’accordo con lui?... in fatto... ella è sempre stata contraria a questo matrimonio, e non sarei maravigliata che tutto ciò che abbiamo veduto ed inteso, non sia che l’esecuzione di un disegno concertato fra loro.

— Signora, disse Villefort, non si rinunzia così, credetemi, ad una fortuna di 900 mila fr.

— Ella rinunciava ancora al mondo, signore, poichè un anno fa voleva entrare in un monastero.