— Ma egli dunque non è morto?

— Eh! no, egli non è morto, lo vedete bene: invece di colpire fra la sesta e la settima costa sinistra, come fanno i vostri compatrioti, avrete colpito più alto o più basso; e le persone di giustizia hanno l’anima bene incavigliata al corpo; o piuttosto non è vero ciò che mi avete raccontato, fu un sogno della vostra immaginazione, un’allucinazione del vostro spirito; vi sarete addormentato avendo mal digerita la vostra vendetta; ella vi avrà pesato sullo stomaco, avete avuto l’incubo, ecco tutto. Vediamo, richiamate la vostra calma e contate: il signore e la signora de Villefort, due; il signore, e la signora Danglars, quattro; il sig. Château-Renaud, il sig. Debray, il sig. Morrel, sette; il maggiore Bartolommeo Cavalcanti, otto.

— Otto, ripetè Bertuccio.

— Aspettate dunque! avete molto fretta di andarvene! dimenticate uno dei miei convitati, che diavolo! Guardate un poco a sinistra... ecco là... il signor Andrea Cavalcanti, quel giovine in abito nero che guarda il quadro di Murillo, che ora si volta. — Questa volta Bertuccio cominciò un grido, che lo sguardo di Monte-Cristo gli spense sulle labbra:

— Benedetto! mormorò egli a bassa voce, fatalità!

— Ecco le sei e mezzo che suonano, Bertuccio, disse severamente il conte, questa è l’ora in cui ho dato l’ordine che si mettesse in tavola; sapete che non amo aspettare.

E Monte-Cristo rientrò nel salotto ove lo aspettavano i suoi convitati, nel mentre che Bertuccio rientrava nella sala da pranzo, appoggiandosi contro i muri.

Cinque minuti dopo, le due porte della sala si aprirono, Bertuccio comparve, e facendo come Vatel a Chantilly un ultimo ed eroico sforzo:

— Signor conte è in tavola, diss’egli.

Monte-Cristo offerse il braccio alla sig.ª de Villefort.