— Signor de Villefort, diss’egli, fate voi il cavaliere alla baronessa Danglars, ve ne prego.
Villefort obbedì, e tutti passarono nella sala da pranzo.
LXII. — IL PRANZO.
Era evidente che nel passare alla sala da pranzo, uno stesso sentimento animava tutti i convitati. Essi chiedevansi quale bizzarra influenza li aveva radunati tutti in questa casa, e per quanto alcuni si trovassero inquieti e maravigliati di trovarvisi, pure nessuno avrebbe voluto non esservi.
Non ostante che le relazioni di recente data, la posizione eccentrica, ed isolata, le ricchezze sconosciute e quasi favolose del conte imponessero un dovere agli uomini di essere circospetti, ed alle donne una legge di non penetrare in questa casa ove non v’era una moglie per riceverle; pure uomini e donne, avevano passato sopra, gli uni alla circospezione, le altre alla convenienza, e la curiosità, che li stuzzicava, li aveva trasportati al di sopra di tutto.
Non v’era alcuno, fino ai Cavalcanti padre e figlio, che, l’uno per la sua rozzezza, l’altro per la sua disinvoltura non sembrassero preoccupati per trovarsi uniti presso quest’uomo di cui ignoravano lo scopo, e ad altri uomini che vedevano per la prima volta.
La sig.ª Danglars aveva fatto un movimento vedendo, dietro l’invito di Monte-Cristo, il sig. de Villefort avvicinarsi ad essa per offerirle il braccio, ed il sig. de Villefort aveva sentito il suo sguardo scomporsi sotto gli occhiali d’oro quando il braccio della baronessa si posò sul suo.
Nessuno di questi due movimenti era sfuggito al conte, e già, in questa semplice messa a contatto degl’individui, v’era un grande interessamento per l’osservatore di questa scena.
Il sig. de Villefort aveva alla sua destra la baronessa Danglars, ed a sinistra Morrel.
Il conte era assiso fra la sig.ª de Villefort e Danglars.