— Ed io, disse Cavalcanti, non conosco che il Fusaro che fornisca lamprede di questa grossezza.

— Ebbene! precisamente, l’uno viene dalla Volga, e l’altro dal lago del Fusaro.

— Impossibile! gridarono ad un tempo tutti i convitati.

— Ebbene! ecco appunto ciò che mi diverte, disse Monte-Cristo. Io sono come Nerone, desidero l’impossibile, ecco ciò che diverte voi stessi in questo momento; ecco finalmente ciò che fa che questa carne, che forse in realtà non vale quella del salmone e del persico, in breve vi parrà squisita; egli è perchè nel vostro spirito vi sembrava impossibile di procurarvela: eppure eccola qui.

— Ma come han fatto a trasportarli a Parigi?

— Eh! mio Dio, nulla di più semplice: questi due pesci sono stati portati, ciascuno entro una gran tinozza imbottita internamente una di ramoscelli e d’erbe del fiume, l’altra di giunchi e di piante del lago, sono state messe in un forgone fatto espressamente, ed in tal modo hanno vissuto lo sterlet 12 giorni, e la lampreda 8; ed entrambi vivevano perfettamente quando si è impadronito di loro il cuoco per farli morire uno nel latte, l’altro nel vino. Voi non lo credete, sig. Danglars?

— Almeno ne dubito, rispose Danglars col suo grossolano sorriso. — Battistino, disse Monte-Cristo, fate portare l’altro sterlet, e l’altra lampreda, sapete, quelli che sono venuti nelle altre tinozze e che vivono ancora.

Danglars aprì due occhi ebeti; l’assemblea battè le mani.

Quattro domestici portarono due tinozze guarnite di piante marine, in ciascuna delle quali palpitava un pesce simile ai due ch’erano stati serviti in tavola.

— Ma perchè due di ciascuna specie? domandò Danglars.